Dai "Carmina Burana":

"Poiché provo nel mio animo un forte turbamento, al colmo dell'amarezza mi lamento di me stesso. Formato di materia assai leggera, mi sento simile ad una foglia con la quale gioca il vento. Mentre è proprio del saggio porre sulla roccia salde fondamenta, io stolto, mi paragono ad un fiume sempre in corsa che non si ferma mai sotto lo stesso cielo. Vado alla deriva come una nave priva di nocchiero, come un uccello che vaga per le vie del cielo; non c'è catena che mi trattenga, né chiave che mi rinchiuda, cerco i miei simili e mi unisco così ai malvagi. Condurre una vita austera è per me quasi impossibile; io amo infatti il gioco che mi piace più del miele. Qualunque impresa mi chieda Venere, che non risiede mai negli animi meschini, è una piacevole fatica. Percorro la via più facile com'è proprio dei giovani, e mi irretisco nei vizi scordando la virtù; più avido del piacere che della vita eterna, sono ormai morto nell'anima e curo solo il corpo."

NON GETTATE VIA I VOSTRI GIOCATTOLI VECCHI, PER FAVORE!!!!I

Invito chiunque abbia in soffitta o voglia gettare via dei vecchi personaggi, veicoli o pezzi rotti ( in particolare quelli della serie Gi Joe, ma amo tutti i vecchi giocattoli anni 70-80-90-2000)
a contattarmi via mail: (rossiraimondo1976@libero.it), inviando qualche foto degli oggetti. Posso comprare (a poco prezzo,perchè son tempi durissimi per tutti) o scambiare con oggettistica da soft-air (buste di pallini, tactical-vest, etc.).


domenica 19 febbraio 2012

NON SIETE STANCHE DI FARVI UMILIARE?

La cosa che più mi dispiace, mi ferisce e mi addolora, sia come padre di due bambine che come essere umano, è il  fatto che in nessuna cultura, che sia occidentale che mediorientale, extraterrestre, etc. la donna sia veramente libera.
Se da una parte, per motivi religiosi e tradizione, sono costrette ad indossare abiti integrali che ne nascondano la bellezza (un po' come mettere un velo grigio sulle ali di una farfalla dalle ali variopinte), dall' altra parte del mondo sono costrette, per altri motivi (ragioni economiche e sociali, motivazioni ed altro) a farsi umiliare, prostituire, umiliare e peggio, per farsi accettare e potere fare parte di un branco, una comunità (squallida), di un gruppo che ne rinneghi ogni diritto. La mia rabbia per queste situazioni troppo ricorrenti aumenta fino a diventare un furore incontrollabile, ma niente si può fare finchè non c' è una reale volontà da parte delle donne, di rinunciare a farsi trattare così. Ci saranno sisuramente vittime, ci sarà sangue e molto dolore, ma se lo vorrete veramente... sono sicuro che potrete cambiare il mondo.

CAPITOLO 28 NEL MIRINO DEL DIAVOLO

Che sensazione brutta, fastidiosa. Sarà il maltempo, ma oggi provo una sensazione di rabbia e tristezza, malessere e disagio. Un po' come farsi il bidè con la soda caustica. Mah... Forse questa pioggia incessante impedisce al buonumore di fuoriuscire e mostrare il suo splendore e... Cazzo, mi ero scordato che avevo aperto questo nuovo post solamente per pubblicare il nuovo capitolo!


CAPITOLO 28 (Spezzare una catena)


Finalmente cominciò a soffiare un vento diverso da quello che mi aveva devastato nel fisico e nell’ umore a partire dai primi di Maggio, e questa nuova piacevole energia, estremamente positiva, era sicuramente di peso decisamente non inferiore da quella densa di negatività, in virtù della quale mi ritrovavo ancora a leccarmi le profonde ferite.
C’ era aria di rinnovamento, il destino stava per svelare sul tavolo tutte le sue carte, fino a quel momento inesorabilmente nascoste come dal più abile bluffatore nel gioco d’ azzardo. Era alle porte un cambiamento epocale. Una invisibile, determinata, superiore volontà, irruenta come un fulmine che squarcia le nubi e al tempo stesso piacevole come il suono del flauto dolce al mattino, ideale risveglio da un lungo sonno ristoratore.
E come nella migliore tradizione in questi casi, avvenne tutto all’ improvviso.
Figuriamoci se avessi potuto intuire qualcosa di buono, quell’ indimenticabile pomeriggio del diciassette luglio, poco dopo aver pranzato a cena di sua nonna Costanza, in occasione dell’ ennesimo invito a mangiare da lei. Chi l’ avrebbe mai detto che stava per succedere qualcosa di clamoroso, proprio lì, dietro l’ angolo? Chi avrebbe vagamente ipotizzato che il destino venisse a cogliermi dal mio terribile grigio tran tran con la stessa ingenua spensieratezza di un bambino che raccoglie fiori nel cortile di casa sua?
Non certo io, ovviamente… Stavo cercando un po’ di svago tra le braccia di Jenny, mentre stavamo sdraiati nell’ immenso, comodissimo divano situato nel bel mezzo del soggiorno della sua anziana parente. Era una autentica maestra in fatto di coccole, con le sue moine riusciva a farmi dimenticare per una buona mezz’oretta le tonnellate di merda e fango quotidiane che i suoi vecchi si pregiavano di farmi mangiare puntualmente ogni giorno. Bastava qualche carezza della mia dolce fidanzata, che indugiava con sapienza a massaggiarmi le tempie come il più sapiente dei guru del rilassamento orientale, ed arricchiva il tutto con baci di fuoco e carezze appassionate. Era il nostro angolo di paradiso.
Tutto questo mentre sua nonna finiva di lavare i piatti e rigovernava la cucina, non senza lasciarsi sfuggire di tanto in tanto un … -“Buoni, mi raccomando, di là in soggiorno..!”- che tanto sapeva di dolce, saggia, comprensiva complicità. Meno male che c’ era lei, ogni tanto, a fare la guardia che chiude un occhio davanti al ladro (seppur d’ amore) e, anzi, sembrava provare un gusto particolare nella sua parte privilegiata di “palo”. Lei era ancora dalla mia parte, non c’ era dubbio.
Come al solito, la cara connetta dimostrava anche di essere una cuoca di livello superiore, una sorta di talento superiore regalato ai fornelli di casa, e onestamente non avrebbe sfigurato lavorando a fianco dei più famosi chef italiani: io stesso ero ingrassato di due chili da quando la conoscevo!
Comunque, dopo la pantagruelica ed abbondante scorpacciata a base di tagliatele al ragù e bistecche ai funghi, non rimaneva altro da fare che aggiungere un dessert a base di coccole e giuggiole a volontà, arte nella quale Jenny avrebbe potuto dare ripetizioni anche alla maga Circe ai tempi di Ulisse…
Come un gatto che fa le fusa riconoscente alla sua padroncina, mi rigiravo fra le sue braccia amorevoli e le sue mani maliziose, sfiorandole in continuazione le labbra in un gioco divertente ed accattivante nello stile del “mordi e fuggi”. Lei sembrava letteralmente impazzire vedendosi negare quel bacio che le accennavo sornione e, al momento più opportuno, le negavo proprio quando sembrava già suo, facendo come un bambino dispettoso che le toglieva di mano la caramella preferita…
Mentre sua nonna finiva di asciugare gli ultimi piatti in cucina ed ogni tanto lanciava un urlo del tipo –“ O bimbi! Ma lo volete abbassare il volume della televisione? E’ così forte che si sente fino a Genova!”-, io guardavo malinconico l’ orologio controllando la ventina di minuti che mi separavano dal consueto, infernale, turno pomeridiano nella fabbrica di suo nonno. Tra l’ altro, quel bastardo di suo padre, se da una parte aveva accettato le richieste degli operai della fonderia di spostare il loro turno di lavoro, adeguandolo alla calda stagione estiva appena cominciata proprio per evitare le ore più calde in cui la temperatura all’ interno del capannone diventava veramente insostenibile, vi lascio immaginare l’ unica persona che aveva destinato a lavorare in tale luogo ed in tale orario. Avete indovinato!
Ahhh… Quanto l’ odiavo..!
Meglio non pensarci e restarsene ancora lì, su quel divano delle meraviglie, a raccogliere ancora un po’ di tenerezze dalla mia dolce musa, per compiacere la quale ero arrivato pure ad accettare di accompagnarla a quell’ allucinante concerto dei Backstreet Boys allo Stadio dei Pini, e a sorbirmi quella musica infernale che massacrava ancora le mie povere orecchie a distanza di giorni e giorni…
Tra le novità da segnalare anche i festeggiamenti per il mio ventitreesimo compleanno, che mi portarono in dote alcune magliette della Nike, un costume della Sundek da parte di Elena e soprattutto un telefonino cellulare regalatomi da Jenny, che con la scusa del regalo avrebbe potuto controllare meglio ancora anche la mia reperibilità e dove mi trovassi non appena qualche soffio di gelosia le sfiorasse anche solo vagamente il cervello. E tanta, tanta tenerezza fra le braccia della mia amata.
E proprio fra una coccola e l’ altra, in mezzo a tutte quelle moine che tanto piacciono a tutti gli innamorati da che mondo è mondo e mentre la tv trasmetteva sui canali satellitari il videoclip di “Rewind”, uno dei grandi successi del grande Vasco, mi rimbalzò alle orecchie qualcosa di strano: Jenny parlava piano, ma dalle sue parole mi parve di realizzare che quell’ insopportabile imbecille di suo padre avesse organizzato per l’ indomani pomeriggio (che era sabato e, quindi non si lavorava) una sorta di partitella a calcio fra scapoli ed ammogliati, per lo più reclutati fra le sue discutibili amicizie.
Sicuro, una di quelle patetiche esibizioni amatoriali che mettono di fronte in un impietoso confronto già deciso, agili ragazzini e vigorosi giovanotti all’ apice del proprio vigore fisico contro penosi ultracinquantenni già da tempo incamminati sul viale del tramonto, con tanto di vistosa pancetta addominale faticosamente nascosta mediante pancera o lunghe sessioni di apnea trattenendo il fiato, proprio per sembrare meno obesi di quanto l’ occhio umano percepisca oggettivamente da sé… Tutto questo sotto lo sguardo annoiato di mogli, fidanzate e ragazzine varie, la maggior parte delle quali oltre a non capire un cazzo di calcio e ipotizzare che il “fuorigioco” sia il nome del nuovo disco-pub che hanno aperto vicino all’ uscita dell’ autostrada, passano il proprio tempo a maneggiare il proprio telefonino cellulare a inviare messaggini d’ amore al proprio amante abituale ed a mandare crudeli vampate di odio profondo all’ indirizzo delle altre femmine presenti nelle vicinanze, ai bordi del campetto di gioco, disprezzandone i vestiti e malignando sulle loro curve fin troppo perfette per essere rigorosamente naturali.
Mmm…Questa era la terribile immagine profetica che si materializzava nei miei pensieri, basata su quello che avevo visto in passato, fin dalla più tenera età.
Personalmente avevo sempre amato il calcio, ma fin dai primi calci tirati nei polverosi campetti di periferia e all’ oratorio si trattava di respirare un’ aria genuina, fatta di amicizia, lealtà, scherzi innocenti e voglia di divertirsi fra amici.
Per me il calcio è sempre stato gioia, fantasia e spirito di competizione misto a tanto, sano agonismo impastato di lealtà sportiva.
Tutti ingredienti che facevo tremendamente fatica a ritrovare fra gli attempati atleti che si sarebbero schierati in campo l’ indomani stesso: sarebbe stata una parata di boriosi imbecilli ed arroganti, funzionari semi-corrotti, viziosi amici di famiglia e altri ruffiani di natura varia; sapevo che la maggior parte della gente che avrebbe partecipato a quella triste sgambatella neppure si salutava quando si trovavano di fronte gli uni agli altri; oppure si lanciavano frecciate velenose e malignità a rotazione, in abbondanza.
No, no e no… Quella non sarebbe stata una partita di calcio, sarebbe sembrata più che altro una parodia teatrale, una specie di esibizione folkloristica come quei simpatici balli tirolesi in cui i ballerini si prendono a calci nel culo e niente di più… Con una vena d’ ironia dissi a Jenny che Carnevale era già passato da qualche mese, e quello spettacolo buffo sarebbe stato fuori stagione, in fin dei conti…
Lei fece finta di non sentirmi, e cominciò a lavorare di fino per cercare di convincermi a passare dalla sua parte e partecipare a quella maledetta partita; continuava provocatoriamente a massaggiarmi nei miei punti preferiti, provando a contagiarmi con tutto il suo inspiegabile entusiasmo per quella che le sembrava, personalmente, una grandissima idea.
A parere suo, infatti, io avrei sicuramente dato spettacolo nel corso della partita, esibendo quella discreta padronanza di palleggio frutto di lunghi e duri allenamenti ai tempi delle juniores, e avrei ridicolizzato i miei avversari sul campo.
In realtà, tutto questo continuava a lasciarmi profondamente perplesso: con che spirito mi sarei messo a giocare in mezzo a tutta quella spazzatura umana? Guardai dubbioso Jenny e cercai istintivamente una via di fuga da quella nuova scocciatura, anche a costo di arrampicarmi sugli specchi…
-“Veramente mi fa ancora un male cane il polpaccio!”- abbozzai.
-“Scusa?”- domandò guardinga.
-“Ti sei già scordata della botta che mi hai fatto prendere due giorni fa, contro il cancello di tua nonna, uscendo in maniera spericolata con lo scooter?”- incalzai.
Il suo sguardo sorpreso mi fece illudere di aver vinto la mia battaglia e di averla definitivamente convinta a lasciarmi stare in pace e a desistere dal farmi giocare quella odiosa sfida fra serpenti.
Non c’ era dubbio ragionevole sul fatto che invece quel pomeriggio l’ avrei trascorso in santa pace, magari leggendomi un bel libro all’ ombra di qualche pino, godendomi pienamente qualche ora di meritato relax.

Sì, certo… Col cazzo che avrei riposato!
Non l’ avessi mai detto, appena intuite le mie intenzioni Jenny cominciò a piagnucolare sul fatto che secondo lei questo fosse un segnale che di mostrava di quanto io cominciassi ad essermi stufato di lei e presto sarei corso dietro altre gonnelle, mentre lei sarebbe stata dimenticata in un batter di ciglia.
Ora io sfido chiunque di voi a sopportare un bombardamento a tappeto a base di paranoie e seghe mentali paragonabile solamente alle incursioni aeree alleate sulle città tedesche nella Seconda Guerra Mondiale: alla fine, dovetti cedere anch’ io, promettendole addirittura che mi sarei impegnato al massimo pur di farle fare bella figura. Come al suo solito, era riuscita con un giro di lacrime e parole farneticanti, a mettermi museruola e sella sul groppone.

Ancora non lo sapevo, ma non era la voce di Jenny a sussurrare alle mie orecchie, ma il vento del destino in persona.

Con lo stesso entusiasmo con il quale si può fare il bagno in un lago infestato da coccodrilli e piranhas, il giorno seguente mi presentai al campetto di calcio, nella zona del Campo D’ Aviazione a Viareggio, trascinandomi dietro il mio caro vecchio borsone da calcio dei tempi d’ oro, testimone di tante vere battaglie sui campi di Eccellenza. Mi fermai davanti al cancello, come a cercare di ricordare un qualcosa di accidentalmente dimenticato e, al tempo stesso, terribilmente importante.
In effetti mi ero dimenticato di passare a prendere Jenny a casa sua quindi, senza stare a badare troppo alla segnaletica stradale, nell’ arco di cinque minuti riuscii a rimediare al mio piccolo errore di percorso procedendo a velocità sperimentate solamente dai ricercatori scientifici dei laboratori atomici americani.
Al nostro arrivo al campetto, sembrava che la squadra dei “fenomeni” fosse pressoché al completo, ma anziché prepararsi nello spogliatoio del centro sportivo, quel plotone di mezze figure preferì dedicarsi agli aperitivi offerti dal piccolo bar adiacente.
La mia pazienza era già agli sgoccioli prima ancora di cominciare e quando infine si decisero a prendere la via degli spogliatoi per dare il via ad una nuova edizione della Battaglia di Canne, tirai un sospiro di sollievo. Trattenevo a fatica il vomito dal disgusto, alla sola vista di tanta spocchia vanagloriosa. Avevo cercato di sbrigarmi a spogliarmi ed indossare maglietta, pantaloncini e calzettoni di gioco, proprio per ridurre al minimo indispensabile il contatto con quella così indesiderabile compagnia di montati di cervello, gente così irritante ed odiosa da supplicare il Padreterno di organizzare un nuovo diluvio universale per ripulire un po’ l’ ambiente…
Proprio mentre finivo di allacciarmi le stringhe mi toccò sentire certe bestialità da far impallidire il demonio in persona, roba del tipo: -“…io userei i negri per fare gli esperimenti di vivisezione, altro che topolini!”-
Penso che già una frase del genere sia sufficiente a classificare come idiota o relativa sottospecie dal punto di vista intellettivo, ma se non fosse stato per quel briciolo di razionalità che faceva capolino fra i miei neuroni a ricordarmi che il destino della mia storia con Jenny era legato ad un filo talmente sottile da far sembrare una ragnatela un cavo d’ acciaio da installazioni petrolifere ma soprattutto ai capricci ed agli umori altalenanti dei suoi vecchi, beh… credo che avrei attaccato volentieri quell’ imbecille razzista all’ attaccapanni vicino ai cessi senza fare una piega.
Quando alla fine tutta la ciurma di pagliacci fu pronta per cominciare la tanto sospirata partita, notai con grande stupore che Roberto aveva preferito rinunciare a giocare la partita da lui stesso organizzata, limitandosi a fare da spettatore esterno.
-“Che stronzo”- pensai tra me e me – “prima inventa cazzate di questo calibro e poi si tira indietro. Meglio così…!”-
Comunque mi guardai desolatamente intorno, notando con malinconia che lo scenario era proprio identico a quello che mi ero immaginato solo qualche ora prima, come se avessi visto una loro fotografia in anteprima; appena oltre la recinzione c’ erano tutti, o quasi, gli esponenti della gloriosa e potente dinastia dei Pardini ad assistere all’ evento: vederli tutti insieme appassionatamente faceva un effetto strano, a metà fra una riunione di famiglia ed un consiglio di amministrazione aziendale straordinario.

Fu proprio lì, poco dopo il fischio d’ inizio, che il vento del destino cominciò a mulinare tutta la sua corrente d’ aria sopra di me, tracciando i suoi disegni imprevedibili dal niente assoluto, e per me, la nuova strada da seguire.

Già dai primi minuti di gioco avevo notato con diffidenza un tale Gerardo, losco individuo di lungo corso, pregiudicato per piccoli reati legati allo spaccio di droga e, guarda caso, grande amico di mio “suocero” Roberto, che effettuava interventi di gioco esageratamente rudi e grossolani, considerando il tipo di partita che si stava giocando: era molto più simile ad un torneo uisp di briscola che non alla finale della Champion’s League Over 50…
Per altro questo tipo decisamente poco raccomandabile aveva un’ innata predisposizione ad attaccare briga e alla provocazione più pura, quasi come se trovasse una gioia libidinosa e morbosa nel litigare con chiunque entrasse nel suo mirino.
Ad ogni maniera, nonostante ci fossimo sfiorati pericolosamente almeno in un paio di occasioni disputandoci qualche palla a centrocampo senza comunque entrare direttamente in contrasto fra di noi, all’ improvviso una minuscola scintilla appiccata casualmente da una mano invisibile,ebbe l’ effetto di scatenare una catastrofe nucleare di tale portata da fare impallidire anche la bomba atomica di Hiroshima e quella di Nagasacki sommate insieme.
Il caso volle che il figlio di Gerardo, Antonino, un ragazzino quattordicenne rachitico e dalla magrezza impressionante, tale da far sembrare in buona salute i bambini affamati delle regioni del Terzo Mondo, fosse stato assegnato per evidenti ragioni di età a giocare nella mia squadra, cioè quella degli scapoli. Purtroppo.
Dico purtroppo con assoluta convinzione,dato che quella specie di ratto dai capelli rossicci, alto non più di un metro e venti,era chiaramente il punto debole della mia squadra: in pratica era come se lui giocasse per gli avversari, dato che ogni pallone che gli venisse servito da un compagno di squadra era da considerarsi come una palla persa, riconquistata dal nemico. Sbagliava palloni che avrebbe giocato meglio un bambino di cinque anni, e chiunque lo affrontasse nella sua zona, riusciva puntualmente a saltarlo in dribbling senza nessuna difficoltà e a farci goal.
Ora, onestamente, a parte il fatto che quel ragazzino idiota non avrebbe dovuto nemmeno mettere piede in campo per manifesti limiti fisici, e che anche San Francesco in tutta la sua immensa ed angelica bontà si sarebbe incazzato come una bestia a vedere in azione quella specie di ritardato che stava in piedi per grazia ricevuta.
Quindi, con la dovuta calma che ci vuole quando ci si rivolge comunque a quello che resta,in fondo, poco più di un bambino, per evitare di traumatizzarlo cercai le parole giuste per richiamarlo ad una maggiore concentrazione, onde evitare il ripetersi di brutte figure di fronte ai nostri avversari.
Gli dissi: -“Sveglia, Tonino! Dalla tua parte scendono giù come e quando vogliono, segnano e ringraziano… Se non t’ impegni un po’ di più finisce male per noi...!”-
Non ebbi finito di parlare che mi ritrovai di fronte suo padre, che avanzava verso di me con aria chiaramente minacciosa: mi guardava malissimo, con uno sguardo torvo e con un ghigno che non prometteva niente di buono.
Chiaramente non gli erano andate giù le parole di richiamo all’ attenzione che avevo giustamente speso nei confronti di quella larva di suo figlio.
Beh, effettivamente non ci voleva un genio per capire che quell’ avanzo di galera (a tutti gli effetti) cercasse la rissa. E’ una questione di istanti, lo capisci in poche, infinitesime frazioni di secondo che lo scontro fisico è inevitabile. Vedi il suo brutto muso che si avvicina al tuo, con l’ atteggiamento di un galletto che gonfia il collo e alza la cresta; tu che alla stessa maniera non ti tiri indietro ma, anzi, punti deciso verso di lui e tutto il resto avviene da sé. E’ istinto. E’ follia. E’ la natura. E’ il preludio della scazzottata.
Ma non abboccai alla sua provocazione, per i soliti motivi: avevo le mani legate ed anche la mia più legittima reazione sarebbe stata inevitabilmente strumentalizzata da quelle vipere dei parenti della mia dolce metà; e non avevo di certo intenzione di porgere il fianco al nemico in questa maniera.
Anche se la provocazione era palese, era sicuro come la morte che qualcuno avrebbe strumentalizzato a suo piacere ogni mio gesto ed ogni mia parola. Non avrei mosso un muscolo, quindi.

E proprio questa mia esitazione, legata ad un oceano di terribili ed allucinanti paranoie da manicomio fu il mio errore più grande.
Perché mentre mi trovavo nelle sabbie mobili delle mille e passa seghe mentali che avvelenavano il mio cervello e la mia logica da un’ interminabile eternità, ero ultra convinto che tutti coloro i quali stavano assistendo a quella assurda sceneggiata teatrale mi avrebbero considerato una persona superiore e molto più intelligente di quella che stava cercando in ogni modo di buttarla sul piano della rissa.
No, non avrei abboccato all’ amo. Era l’ occasione buona per dimostrare a tutti il mio valore, il fatto di essere un bravo ragazzo con un self-control eccezionale edei nervi d’ acciaio.

Tutte cazzate, consiglio vivamente a chiunque si venga a trovare in una situazione del genere di non perdere tempo prezioso in stupidi ed inutili ragionamenti che non portano da nessuna parte, soprattutto perché si concede un imperdonabile vantaggio di tempo e di sorpresa al proprio vile avversario.
Proprio così. Mentre io stavo filosofeggiando sul fatto che sarei stato glorificato ed acclamato per la mia freddezza glaciale e la mia classe di livello superiore e intanto frenavo il mio naturale istinto all’ autodifesa, quel vile pezzo di merda ne approfittò per afferrarmi un dito della mano destra con un movimento talmente brusco da riuscire a fratturarlo.
Sorpreso ma soprattutto incazzato da tanta spudorata vigliaccheria, decisi che non era più il tempo di fare il Mahatma Gandhi e mi gettai inviperito su quel bastardo, deciso com’ ero a fargliela pagare una volta per tutte: con una rabbia animale, gli sferrai un pugno terrificante che lo colpì all’ altezza dello zigomo sinistro, lasciandolo mezzo tramortito.
Ne nacque un furioso parapiglia faticosamente risolto dall’ intervento degli altri giocatori e degli inservienti del centro sportivo e, mentre sentivo odio autentico scorrere nelle mie vene, per l’ ultima goccia di provocazioni e cattiverie che aveva in qualche maniera fatto traboccare un vaso pieno oltre ogni ragionevole misura, cercavo di impedire agli altri che mi portassero via dalle mani quella che ormai ritenevo quasi una preda da sbranare. Ero incazzato come una bestia.
Quando finalmente riuscirono effettivamente ad allontanarci l’ uno dall’ altro, non prima di aver rivolto parole decisamente poco gentili nei confronti delle rispettive madri e sulle relative abitudini, mi feci convincere da un fisioterapista del centro a farmi medicare la mano con il dito malandato: provò a toccare l’ arto in un paio di punti e, sentendo il mio grido di dolore in reazione ai suoi movimenti, mi consigliò vivamente di fare un salto al pronto soccorso del “Tabarracci”, l’ ospedale cittadino.
Con grande sollievo notai che sulla porta dello spogliatoio già era arrivata Jenny con i suoi vecchi, con la macchina già pronta e rombante per portarmi a medicare il mio povero dito infortunato. Ancora profondamente incazzato nell’ animo per quell’ odioso episodio di pochi minuti prima, in cuor mio ero fiero e tranquillo, come solo chi è consapevole di essere dalla parte della ragione può essere. A questo punto dovevano averlo capito anche i muri che, se c’ era a questo mondo un bravo ragazzo e con un carattere d’ oro, si trattava proprio del sottoscritto. Non c’ era altro da aggiungere.

Appena arrivati all’ ospedale, come facilmente immaginabile, si presentò una coda mostruosa di pazienti che mi facevano presagire dei tempi mostruosi di dolorosa attesa prima di poter essere visitato. Una scena che neppure nei film del povero Fantozzi si era mai vista, simile ad una bolgia dell’ Inferno dantesco, con decine di persone nervosissime per la lunghissima fila, con urgenze ben più gravi della mia pur rispettabile frattura all’ anulare destro.
Accaldato come un cactus nel deserto, mi sedetti nell’ angolo più fresco della sala, mentre al mio fianco presero posto rispettivamente Jenny e sua madre Elena, quest’ ultima con un’ espressione tranquilla e serena che non ero più abituato a vedere da tempo immemorabile. E mentre suo marito uscì velocemente dall’ ospedale per andare a fumarsi nervosamente una sigaretta nei pressi del cortile all’ esterno della struttura sanitaria, proprio Elena mi sorprese nuovamente, mostrando un dolcissimo sorriso ed offrendosi di accompagnarmi in bagno, per aiutarmi a spogliarmi della maglietta sudata ed indossare un indumento pulito.
Accettai di buon grado quella cortesia, senza farmelo ripetere, vuoi per l’ impossibilità da parte mia di usare adeguatamente la mano destra senza provare dolore, vuoi perché era la prima, vera, incredibile e spontanea gentilezza da parte sua dopo quasi tre mesi di guerra fredda e malignità assortite. Finalmente!
Cosa era successo? Stava cambiando il vento?
Pensai fra me e me che in fondo non tutto il male viene per nuocere, se quella maledetta zuffa al campetto sportivo era infine servita ad aprirle gli occhi…
E mentre i miei occhi incrociavano quelli di Jenny, costantemente in apprensione per la mia piccola frattura, mi ricordai istantaneamente che non avevo ancora avvertito mia madre e, anzi, avrei dovuto chiamarla al più presto, per farmi venire a prendere all’ uscita dell’ ospedale: non ci voleva un mago per capire che nella più ottimistica delle previsioni mi avrebbero steccato o ,comunque, ingessato il dito rotto, ergo non avrei potuto guidare la macchina…
Afferrai faticosamente il telefonino dal mio marsupio e, non senza qualche comprensibile impaccio,riuscii a comporre il numero di casa, sollevato non poco dal fatto di essere in quel periodo in ottimi rapporti con gli umori di mia madre.
Le spiegai per sommi capi che mi trovavo al “Tabarracci” di Viareggio a causa di un infortunio di gioco, rimandando i dettagli della spiegazione ad un momento successivo: in fondo, quello che m’ interessava era solo che qualcuno mi riportasse a casa.
Con una grazia ed una gentilezza che mi lasciava sempre di più a bocca aperta, la madre di Jenny mi abbracciò e mi massaggiò dolcemente le spalle per una decina abbondante di minuti, quindi guardò il grande orologio sopra la reception e uscì a prendere una boccata d’ aria.
Guardai Jenny con un sorriso ironico e con un’ espressione che la diceva lunga, quasi a dirle che sua madre sembrava impazzita, come se le fosse caduta una tegola sul cranio, visto il suo atteggiamento inconsuetamente dolce verso di me.
Lei mi rispose: -“Ma amore mio, lo hanno visto tutti al campetto che quel bastardo ha cercato più volte di provocarti inutilmente, e nonostante tu ti sia comportato in maniera impeccabile, è stato proprio lui ad alzare per primo le mani e legittimando di fatto la tua reazione successiva… Gli hai dato veramente un bel pugno, al posto tuo lo avrei ucciso..!”-
Scosse la testa per un attimi, agitando i lunghi capelli biondi e aggiunse: -“Mi è sempre stato sui coglioni quel bastardo: lui,quella vacca di sua moglie e quel mostriciattolo di suo figlio, che sembra un esperimento genetico totalmente fallito. Ma questa me la paga, vedrai che lo denuncio…”-
Concluse il suo sfogo: -“Anche un cieco avrebbe visto quello che è successo, evidente che la lezione è servita anche a mia madre…”-
Sapevo già tutto questo e ne ero serenamente consapevole, come quando si riesce a ritrovare casualmente qualcosa che si era improvvisamente perduto e mai più ritrovato, ma sentirselo dire dagli altri, in casi come questi, fa ancora più piacere.
In quel mentre arrivò mia madre, con aria piuttosto preoccupata.
-“Senti, Riccardo”- mi disse –“ forse è meglio che ce ne andiamo a farti medicare la mano all’ ospedale di Pietrasanta…”-
-“E perché scusa? Siamo a Viareggio, mi sembra più logico aspettare qua!”-
Mi guardò seria e continuò: -“Sì, è vero… ma hai visto quanta gente c’ è davanti a te? Non ho mai visto una fila così lunga! Poi arrivano nuove ambulanze con feriti gravi ogni due minuti, chi lo sa quando arriverà il tuo turno…”-
Si interruppe e poi riprese a concludere il suo discorso:- “Invece a Pietrasanta l’ ospedale è più piccolo, con un reparto di pronto soccorso più veloce ed efficiente… Puoi essere sicuro che, se andremo lì, all’ ora di cena saremo sicuramente a casa!”-

A forza di insistere, mi lasciai convincere da mia madre ad abbandonare, non senza perplessità, quell’ affollatissima sala d’ attesa e guadagnammo l’ uscita, con Jenny che decise di venire con noi. Cercai con lo sguardo sua madre, per ringraziarla di avermi aiutato a cambiarmi la maglietta sudata e per avvertirla che sua figlia mi avrebbe seguito a Pietrasanta, ma non la trovammo e procedemmo verso la macchina di mia madre.

E qui avvenne una svolta epocale.
Già, perché mentre cominciavo a riconoscere la sagoma assai familiare della sua vecchia Fiat Punto blu, cominciai a notare che l’espressione di mia madre tradiva un certo imbarazzo, come se volesse dirmi qualcosa d’ importante e non sapesse neppure dove cominciare.
Prima che arrivassimo all’ utilitaria, fece un respirane e mi disse: -“ Lo sai, Riccardo, che poco prima di entrare in ospedale, poco fa, ho notato la madre di Jenny che mi ha fatto cenno di fermarmi per parlare di qualcosa di estremamente importante…”-
Fin qui niente di strano, immaginavo, dato che pensavo avesse voluto anticiparle qualcosa su quel dannato balordo con il quale ero stato costretto ad azzuffarmi.

Le parole seguenti furono uno shock. Con l’ ennesima terribile menzogna.

-“Suo figlio è un provocatore! Ha insultato quell’ uomo, una brava persona amica di mio marito e gli ha messo le mani addosso per primo… Lo abbiamo visto tutti! E che non gli venga in mente di denunciare Gerardo, perché io e tutti i miei parenti siamo pronti a dichiarare che è stata tutta colpa di suo figlio!”-
-“Ma non è finita…” – continuò mia madre nel racconto che già mi aveva portato ad uno stato di ibernazione emotiva -…Ha cominciato a dirmi che stai insieme a sua figlia solo per interesse, che la tua intenzione è di riuscire a mettere le tue mani sui conti correnti di famiglia… Ma lo sa che non va mai d’ accordo con gli operai in fabbrica e si azzuffa, che non vuole lavorare e risponde maleducatamente ad ogni osservazione di mio marito o mio cognato”-
-“Non parliamo poi della povera macchina che gli avevamo prestato, che pur essendo nuova fiammante ha già fatto fin troppi chilometri…E’ una vergogna!-

Mia madre interruppe le sue parole, dicendo che, essendosi conto lei stessa che la madre di Jenny mi stava attaccando solo per partito preso ed aveva intuito che si trattasse di un elenco di malignità, riuscì a tapparle la bocca non appena le ricordò che la quantità spaventosa di chilometri percorsi dalla sua utilitaria erano soprattutto per la maggior parte da addossare ai capricci ed alla costante voglia di Jenny di viaggiare da una parte all’ altra della Toscana, usando il sottoscritto come autista prima ancora che come fidanzato.

Fui orgoglioso del fatto che, per una volta, mia madre avesse preso le mie parti.
Ma stavolta quei bastardi avevano oltrepassato ogni limite.

Per l’ ennesima volta avevano stravolto la verità a loro piacere, impastandola nella calunnia e nella falsità più nera. Nera come le loro anime.
Non so spiegare la rabbia, il furore, la terribile furia omicida che pervase il mio corpo, come se fosse una terribile miscela fra un attacco di convulsioni ed una scarica elettrica ad altissima tensione che quelle infamanti parole avevano provocato in me.
Ma come? Non solo mi avevano legato una catena al collo come se fossi uno schiavo medievale e mi avevano strappato di dosso la pur minima dignità alla base della libertà fondamentale di un qualsiasi individuo normale… Ma anche stavolta la loro natura irrimediabilmente malvagia li aveva portati a stravolgere, smontare e rimontare, strumentalizzare e poi manipolare la realtà dei fatti.
Umiliazioni su umiliazioni, fatiche da mulo, lacrime strozzate prima ancora di nascere non erano valse a niente. Mi trovavo di fronte al classico lupo che perde il pelo ma non il vizio, di proverbiale memoria,ma stavolta tutto elevato alla ennesima potenza in fatto di ipocrisia e crudeltà.

Nel giro di frazioni infinitesimali talmente piccole per essere misurate persino dal più abile scienziato,vidi passare davanti ai miei occhi, come un triste filmato, tutto il sadismo crudele, tutta la derisione ai miei danni nel corso del periodo più brutto e grigio della mia vita. E mi resi conto di quanto fossi stato stupido a sopportare colpevolmente in silenzio quella inaccettabile lobotomia totale.
Ora provavo vergogna per quell’ assurda remissività,per quel gettare le armi senza difendersi. Inutilmente mi ero piegato ad ogni loro volere e ad ogni pur minimo capriccio: fu come cercare di costruire una casa in mezzo alle putride acque di una palude, tutto quello di buono che cercavi di creare risultava inutile e controproducente.
Mai e poi mai avrei più tollerato quello che neppure al mio peggior nemico avei augurato.
Ma adesso il vaso aveva traboccato a causa dell’ ultima, fatale goccia: ero stufo di essere la loro vittima ed oltretutto, paradossalmente, qualificato invece come carnefice, solo per il gusto di diffamarmi: questo no.
Avevo appena disseppellito il mio orgoglio ed avevo intenzione di restaurarlo, pulirlo, issarlo a mia bandiera.
D’ ora in avanti avrei invertito la rotta e cambiato completamente atteggiamento nei loro confronti, trattandoli proprio come meritavano: gli avrei dichiarato guerra su tutti i fronti, quei vermi non meritavano altro che il mio odio ed il mio disprezzo.

Ma la catena della schiavitù si era rotta, per mia stessa mano.
Il mio cuore bruciava di rabbia e di brame di crudele vendetta, se solo avessi avuto quei vermi striscianti di Roberto ed Elena li avrei uccisi senza nessuna pietà, con la stessa feroce determinazione con la quale si deve schiacciare la testa di un serpente velenoso.

Guardai per un attimo il mio dito ferito, che ancora necessitava di essere curato, e mi sentivo pentito di non aver attaccato per primo quel maledetto vigliacco di Gerardo, lasciando a lui il vantaggio della prima mossa, a causa delle mille paranoie di sempre, mi ritrovavo a leccarmi la ferita. Ma anche di quell’ errore capii subito che avrei fatto tesoro: mai più esitare o lasciare ad un malintenzionato il vantaggio dell’ effetto sorpresa: è sempre meglio attaccare per primi e non perdere tempo, credetemi…

Comunque mi voltai istintivamente verso di Jenny, con occhi terribili e carichi di un odio che sicuramente avrebbero messo in fuga una tigre, e le intimai che sarebbe stato meglio per i suoi vecchi, e per la loro integrità fisica, di non farsi mai più rivedere davanti ai miei occhi, che se andassero al diavolo loro, con i lussi, i terreni, i soldi, la loro fabbrica e la loro avida malvagità..!

Lei rimase in silenzio, inebetita, come se il suo cervello non fosse riuscito a seguire nella giusta maniere lo svolgersi effettivamente esplosivo degli eventi.
Mia madre mi fece cenno di non infierire più di tanto su di lei, che in fondo, al momento, era di certo la meno colpevole di quanto mi era successo. Effettivamente la sua unica colpa era quella di appartenere a quella maledetta famiglia.

Quando Jenny e mia madre riuscirono a farmi desistere dal proposito di tornare sui miei passi e prendere a calci e pugni i suoi vecchi, e ottennero di farmi leggermente sbollire, entrammo in macchina alla volta dell’ ospedale di Pietrasanta.

Nel mio cuore ingenuo di bambino cresciuto solo nel fisico e non avvezzo ai sentimenti cattivi, mai avevo sentito dentro di me un odio così grande, un urlo di battaglia prepotente e poderoso che reclamava solo la sua legittima inevitabile vendetta.

Non era ancora il momento buono, ma prima o poi il destino mi avrebbe portato su un vassoio d’argento l’ occasione buona.

E soprattutto, nonostante una rabbia oceanica dominasse gli spazi più profondi della mia anima, come giusto che fosse, qualcosa di ancora più interiore ed astratto venne ad abbracciarmi ed a lenire parte delle mie sofferenze appena passate.

Era la mia libertà appena riconquistata. Non ci saremmo lasciati più.

CONTINUA....

venerdì 17 febbraio 2012

CAPITOLO 27 NEL MIRINO DEL DIAVOLO

Balliamo la rumba e sotto con il ventisette...


CAPITOLO 27 (Una vita grigia)


Per farla breve, i mesi seguenti mi condannarono ad una esistenza decisamente grigia, sballottato tra la felicità di poter godere dell’ amore di Jenny e la cupa paura di perderla per sempre, per un semplice capriccio dei suoi. Anche se la tempesta poteva essere passata, ormai mi aveva trascinato ben più lontano da dove mi trovassi prima, e continuava comunque ad incombere su di me. Sembravano passati milioni di anni dai tempi in cui quegli psicopatici mi avevano portato con loro in settimana bianca, prestato la macchina della figlia, pagato cene e tutto il resto… Cominciavo proprio a capire il cattivo umore di Cenerentola quando la sua carrozza si ritrasformava in una zucca!
Solo Jenny riusciva ad essere una specie di antidoto a tutti quei veleni che da tempo immemore costituivano il mio pasto principale: bastava guardarsi negli occhi per qualche secondo in silenzio e, senza aggiungere niente, ritrovavo le sua labbra a sfiorare le mie. Jenny si era fatta ancora più bella, dal primo momento in cui era apparsa nella mia vita era fiorita sempre di più, fino ad assumere l’ aspetto di un candido cigno reale: era bellissima e non volevo assolutamente condividere niente di lei con altre creature viventi all’ infuori di me. Era mia e basta.
-“E viceversa!”…- ribatteva lei –“…Guai a te se ti becco a fare lo scemo con qualcuna! Ti giustizio e faccio sparire il tuo cadavere…”-
E, nonostante quel sinistro avvertimento, sorridevo come un gatto sornione che si becca le coccole della sua padrona, sapendo che non l’ avrei tradita neanche se Jennifer Lopez si fosse presentata davanti alla porta di casa mia.
Lei riusciva con la sua magìa a farmi dimenticare l’ altra faccia della stessa medaglia sulla quale erano state incise le nostre vite: appena lontano da lei, il buio della notte mi scivolava addosso e ripiombavo nella tragica solitudine del soldato che deve combattere da solo contro l’ intero esercito nemico. Ultimamente si era finalmente decisa a prendere la patente: non l’ avevo mai vista studiare così tanto, forse stavolta sarebbe stata la volta buona! E intanto, appena possibile, andavamo sul Viale Europa in Darsena, nella zona dei locali più frequentati dai giovani della zona, per approfittare della larghezza della carreggiata (e soprattutto del fatto che, a quell’ ora del giorno era fortunatamente deserta) e per consentire ad una nuova aspirante pirata della strada, con il foglio rosa in tasca, di poter fare un po’ di pratica stradale in tutta tranquillità.
Beh… Avevo il mio bel da fare a spiegare a Jenny che doveva essere molto più delicata nello schiacciare il pedale dell’ acceleratore e nel rilasciare quello della frizione molto più delicatamente di quanto facesse lei; oppure nel migliorare il suo approccio nell’ affrontare le curve più strette…
Insomma, nonostante qualche momento di panico puro, maledicendo il momento in cui mi ero offerto di farle fare pratica e pregando la Madonna di poter scendere sano e salvo da quella macchina, ero ben felice che la mia ragazza si sentisse ogni giorno più sicura di sé. Anche in quella sciocca, pura banalità mi rendeva orgoglioso di lei e sicuro che avrebbe fatto grandi cose, una volta imparato a tirar fuori gli attributi (in senso metaforico, naturalmente!)…
Purtroppo lo spazio riservato a noi mi sembrava sempre più stretto, a pelle, come se fosse ridotto ad una parentesi anziché al piatto principale del nostro banchetto. Ero come un detenuto che si gode una boccata d’ aria prima di rientrare nella sua celle del carcere di massima sicurezza, e mi accingevo a cominciare il mio pomeriggio da metalmeccanico senza più gioia né armonia: solo per la consapevolezza dogmatica del “lo devo fare per forza” e basta.
Le umiliazioni ed i dispetti in fabbrica, le scaramucce ed i rimproveri per motivi estremamente futili erano diventati una triste costante del mio turno di lavoro pomeridiano e, alla stessa maniera con la quale gli impiegati fanno usualmente la loro sacrosanta pausa - caffè alla solita ora, io mi sorbivo puntualmente i continui richiami di Roberto: anche quando trovava il mio lavoro perfettamente in ordine e la sua esecuzione impeccabile, cominciava un incredibile e lunghissimo giro di parole, riusciva ad affermare di avere sempre ragione lui, solamente in virtù della sua posizione in azienda.
E, se d’ istinto avrei volentieri sfondato il suo cranio con la più pesante delle chiavi inglesi sul mio bancone, d’ altro canto piegavo la testa con finta deferenza e falsa approvazione, aggiungendo che la volta successiva avrei prestato maggiore attenzione pur di compiacerlo. E questo equivaleva al –“Zì, badrone biango!”- dei tempi del Colonialismo ottocentesco! Quel miserabile sapeva bene che solo l’ amore che provavo per sua figlia lo salvava da una fine tragica e molto dolorosa… Alla stessa maniera, quella vigliacca di sua moglie, mi spiava in continuazione dalla sua postazione in ufficio, tenendomi d’ occhio costantemente con una maniacalità allucinante. Era un cecchino con il suo fucile di precisione pronto a sparare, alla ricerca di qualche spunto per attaccarmi o per infangare la mia già disintegrata dignità personale. Mi perdeva di vista solo quando andava in bagno, per quanto ne so io (a meno che non avesse fatto un buco sulla parete del cesso per non interrompere le sue osservazioni). Mi ero già accorto di quanto fossero pazzi, ma ogni giorno riuscivano incredibilmente a superarsi, in negativo…
Eppure il mio cuore continuava a palpitare emettendo il nome di Jenny, erogando quell’ energia vitale minima e sufficiente per scrollare le spalle ed andare avanti, lento lento e senza fermarmi. Alla facciaccia loro!
Meno male che ci pensavano gli operai a ritirarmi su il morale, con le solite battute a base di tifo calcistico, motori ritoccati e calendari di donne nude appena appesi in officina. Parlare con loro era l’ unica maniera per rendere appena più sopportabile quella sottile tortura psicologica alla quale ero sottoposto già da troppo tempo, senza pause e senza sconti.
Era impossibile rimanere seri quando Giacomone faceva l’ imitazione della voce nasale di Roberto (che gli veniva perfettamente simile all’ originale), mentre Giannino si metteva la mano aperta davanti al naso mimando lo “squalo”, ironizzando proprio sulla forma del naso del padre di Jenny, che ricordava chiaramente la pinna dorsale di un pescecane.
E Juan, di chiare origini sudamericane, con il suo buffo accento spagnoleggiante, infieriva ripetendo le frasi più comuni del lo scarno repertorio di Roberto e scimmiottando i tic nervosi dell’ antipatico dirigente: nemmeno Benigni sarebbe riuscito a fare di meglio! E per finire in gloria, ci pensava Rita, una delle veterane della fabbrica, a commentare con una smorfia le assurde arie di superiorità che si davano un po’ tutti quelli del clan Pardini…
Mi piaceva e mi inorgogliva il fatto che, mentre i parenti di Jenny erano mutevoli e falsi come le banconote stampate sui volantini pubblicitari, gli operai della ditta continuavano a volermi bene ed a stimarmi anche più di prima, anche alla luce delle vessazioni e delle assurde provocazioni ai miei danni, sotto gli occhi di tutti. Si erano accorti anche loro dell’ ingente bombardamento psicologico aumentato in maniera esponenziale negli ultimi due, tre mesi: ed effettivamente non ci voleva molto a capire da che parte soffiasse il tempo in quel periodo.
Per fortuna mia, il senso della fratellanza e dell’ amicizia fra colleghi di lavoro non era mai cambiata; volevo bene a quelle gente come me, senza fronzoli per la testa e con la sana voglia di prendere le cose migliori e semplici della vita senza stare a cercare per forza di cose i lussi e le sciccherie dei ricchi.
E, peraltro, basta dire che, ogni volta che mi capitava di farmi male con la pressa o con un altro macchinario di produzione, si precipitavano sempre tutti gli operai verso di me. Chi portava il ghiaccio, chi controllava che non avessi fratture e chi massaggiava dolcemente la mano: erano tutti straordinariamente buoni e premurevoli con me, come se fossero miei parenti…
Poi, se giungeva voce in ufficio che il sottoscritto si fosse leggermente infortunato, arrivavano anche i pezzi grossi, Antonella ed Elena, in veste di titolari e di parenti (?) dell’ infortunato. Ma non ci voleva un genio per capire che la loro presenza era più che altro per figura, pura finzione scenica e rappresentanza: semplicemente non volevano dare altri spunti di pettegolezzo ai già perplessi operai della fabbrica.
-“O poverinooooo…. Come stai? Come va? Ti fa male?”- mi chiedevano le due figlie del boss.
-“No grazie. Tutto bene.”- rispondevo fermamente, con l’ orgoglio di chi è abituato a non chiedere aiuto a nessuno. Figuriamoci a loro.
E, non appena le due faraone se ne tornavano davanti alla macchina del caffè, Glauco mi strizzava l’ occhio, in segno di complicità e diceva: -“Ma come sono antipatiche!”- esprimendo quella che era anche l’ opinione di tutti gli altri che avevano visto la scena.
Rispondevo con un sorriso, scrollando le spalle, compiaciuto del fatto che almeno loro erano dalla parte mia. E mi faceva un immenso piacere, in quell’ ambiente che mi sembrava sempre più piccolo, ogni giorno di più…
Non mancava nessuno, da Gianni a Glauco, da Michele a Juan passando per tutti gli altri, erano sempre pronti ad aiutarmi ed a chiedermi se avessi bisogno di una mano. Tutto sommato non ero solo. E, in attesa di spiccare il volo verso altri lidi, in cerca di una decente affermazione professionale ed una promettente carriera nel campo dell’ edilizia, ci avrebbero pensato loro a farmi pesare di meno la mia condizione quotidiana di schiavo dei Pardini.
A pensarci bene, era una specie di mobbing in piena regola, senza esagerazioni!
Povero me! Neppure durante il servizio militare avevo avuto il problema del nonnismo, tu vallo a immaginare che avrei mangiato tanta merda da civile..!
Rimproveri e osservazioni, critiche e ramanzine, sgridate e richiami: tutto quello che facevo in fabbrica era all’ insegna della disapprovazione più totale.
Intendiamoci, poteva capitare che, qualche volta, abbia commesso qualche errore anch’ io (come un adesivo sbagliato su una scatola) però lo avevo subito corretto grazie all’ occhio esperto dell’ onnipresente Gianni. Lì c’ era qualcosa di diverso. E ne ebbi una prova inconfutabile.
Un giorno imballai, come mio solito, un pacco contenente diverse decine di pezzi meccanici destinato ad una ditta francese, e inventai a Roberto ed al Mazzanti che quel lavoro era stato curato personalmente da Gianni. Lo trovarono impeccabile. Già questa cosa era sufficiente per farmi montare un’ arrabbiatura epica, ma frenai la mia collera per concedermi un’ altra prova dell’ essenza profondamente bastarda della loro anima.
Il giorno seguente dissi a quei due stronzi che una mezza dozzina di scatole (in realtà curate da Michele) erano state preparate da me: come immaginavo, non c’ era niente che andasse bene, dai codici a barre al tipo di nastro usato per chiudere le scatole, per finire con la scritta sbagliata sul fondo della confezione.
Ne avevo abbastanza, avrei voluto prendere entrambi per il collo e scaraventarli fuori dalla fabbrica a calci nel culo, passando poi per l’ ufficio e fare altrettanto con le due streghe appollaiate sulle loro calde poltroncine.
Ma la mia collera dovette essere soffocata sul nascere per l’ ennesima volta, dato che ogni mia legittima osservazione o un più soddisfacente cazzotto sulla loro faccia avrebbe significato inevitabilmente che non avrei mai più rivisto la mia amata Jenny per il resto della mia vita. Però che rabbia..!
Il mio povero fegato si stava logorando, pur non essendo né alcolista né fumatore, ma solamente a causa di queste terribili incazzature represse in me stesso da tanto, tantissimo tempo. E chissà per quanto altro tempo avrei dovuto sopportare…
Un giorno Glauco, incuriosito da quell’ andazzo inspiegabile, mi chiese il motivo di quel comportamento criminale da parte dello staff dirigenziale verso di me; non feci in tempo a rispondergli che Giacomone prese la parola, dicendogli che era fin troppo evidente che tutto quello che mi stava succedendo era solo perché ero il fidanzato di Jenny, e stavo subendo lo steso trattamento che sarebbe capitato a chiunque altro al posto mio. Non faceva una piega. Era la verità. Se ne erano accorti tutti.
Ero il più entusiasta di tutti quando sentivo suonare le sirena delle sei del pomeriggio, quella che mi richiamava a gran voce negli spogliatoi e mi permetteva di riguadagnare la libertà fino al giorno successivo.
Non vedevo l’ ora di tornare a casa, come era fin troppo comprensibile, anche perché ormai avevo già fatto da tempo pace con mia madre e, se prima covavo nei confronti il comprensibile rancore per essere stata la causa scatenante di quel maledetto litigio con i genitori della mia ragazza (e di tutti i guai conseguenti), ora come ora mi ero pienamente convinto che, in fondo, non tutto il male veniva per nuocere. Paradossalmente, proprio quel pessimo intervento fuori luogo di mia madre mi aveva permesso di scoprire la vera personalità di Elena e Roberto, che fino a quel momento erano riusciti abbastanza bene a nascondersi dietro una tenace maschera di ipocrisia. Almeno ora giocavano a carte scoperte.
Una sera di fine giugno, fui costretto a chiamare il 118, in preda a forti dolori che partivano dalla zona del cuore e si diffondevano in tutto il resto del corpo. –“Ecco, vai, ci siamo…”- pensavo mentre venivo portato al vicino ospedale di Pietrasanta –“ Sto morendo di crepacuore e sta arrivando un bell’ infarto. Cazzo, che fine da topi!”-
Fortunatamente l’ elettrocardiogramma effettuato dallo staff sanitario del “Lucchesi” scongiurò la presenza o l’ insorgere di un infarto e l’ unica cosa un po’ preoccupante era la pressione del sangue, in cui la massima aveva raggiunto valori da guinness dei primati. Il medico di guardia mi raccomandò di evitare gli stress e le preoccupazioni, moderando se necessario anche gli orari di lavoro.
Sarebbe stato più facile se mi avesse chiesto di svuotare il mare con un secchiello bucato. Cominciavo a perdere i colpi anche con la salute, ora che il mio organismo cominciava a presentarmi il conto per quella rabbia terribile che stentavo sempre di più a soffocare.
L’ ultimo terribile colpo di lancia inferto al mio povero cuore me lo sferrò involontariamente Jenny, dopo un paio di giorni, mentre eravamo seduti presso il tavolo di un bar di Camaiore, davanti ad un caffè.
Lei stava per appoggiare il braccio sopra una macchia di pomodoro sulla tovaglia ed io, per evitare che si sporcasse su quella schifezza caduta da qualche focaccina consumata frettolosamente proprio lì, le spostai fermamente la mano, che stava cercando di appoggiare in quella zona piena di sudiciume.
Jenny lanciò un urlo di dolore, come se l’ avesse appena morsicata una vipera. Rimasi a bocca aperta, la guardai perplesso e le dissi: -“Cazzo, come sei esagerata! Nemmeno ti avessi dato una bastonata sulla mano…”-
Mi guardò come a scusarsi e, con un sorriso ancora inquinato dal dolore ancora vivo, mi rispose: -“No… E’ questo dito che mi fa un male terribile. Guarda!”- e mi mostrò il mignolo della mano sinistra.
Le toccai delicatamente la parte indolenzita e, dopo un attento esame a prima vista, le dissi che non vedevo niente di strano (in effetti pensavo che avesse un piccolo taglio sul dito, a giudicare dall’ urlo).
Jenny scosse la testa e mi disse che doveva essere fratturato, quindi si massaggiò il mignolino sfiorandolo delicatamente, come a lenìre il dolore con quella specie di carezza.
Lei rimase in silenzio e sospirò profondamente, come a cercare di nascondere un segreto di vecchia data. Hmmm…
La perplessità divenne inquietitudine, quando mi convinsi che la mia iniziale impressione era fondamentalmente giusta: Jenny sembrava sul punto di vuotare il sacco, se non fosse che ci ripensava una frazione di secondo prima di aprire la bocca; eppure, dalla sua faccia, mi pareva un anima in pena, ma che al tempo stesso difendeva il suo segreto con la stessa tenacia di un partigiano contro i nazisti.
Ma perché cazzo non si voleva confidare con me? I suoi le avevano detto qualcosa di negativo nei miei confronti? Boh…
Alla fine, sfinita dal mio pressing asfissiante, riuscii a convincerla a parlarmi e a dirmi cosa la rendesse in quel momento così insolitamente pensierosa e distante da me.
E, con l’ espressione sempre più sofferente, cominciò a raccontare: -“ Lo sai perché mi fa male il mignolo di questa mano?”-
Le feci cenno di no con la testa, domandandomi cosa c’ entrasse questo col suo malessere interiore.
Non feci in tempo a dirle che, se necessario, l’ avrei accompagnata nell’ ambulatorio del suo medico che ricominciò il suo racconto, quasi come se parlasse in automatico.
-“E’ stato Matteo.”-
-“Matteo chi?”- le domandai incuriosito.
Mi guardò con un’ espressione stranamente severa, quasi a rimproverarmi il fatto di non averla capìta al volo.
Naturalmente si riferiva al “mio” Matteo, migliore amico del sottoscritto e compagno d’ avventure inseparabile dai tempi del servizio militare nella Guardia Costiera, con il quale avevo cementato un rapporto stupendo: bastava uno sguardo per intendersi, come se fossimo fratelli, nati dalla stessa madre. Un’ amicizia sanguigna e sincera. Basata sulla comune, innata e irresistibile passione per le donne e la buona passera. Non c’ era pomeriggio in cui non ci lanciassimo all’ inseguimento delle più belle fanciulle che proponevano le strade di Viareggio e, facendo l’ uno la spalla dell’ altro a seconda della situazione e delle “prede” di turno, riuscivamo ad ottenere fantastici risultati in fatto di rimorchiamenti: bionde, more o rosse cadevano quasi sempre nella nostra rete di simpatia e fascino della divisa.
Matteo ed io ridevamo alla freschezza dei nostri vent’ anni, eravamo giovani leoni con la spensieratezza dei bambini e che cercavano di prendere tutto il meglio possibile che il pianeta donna potesse offrirci. E ci riuscivamo. Piegandoci dalle risate quando vedevamo sguardi pesanti d’ invidia di altri marinai e sottufficiali in libera uscita che c’ incrociavano trovandoci a braccetto con delle belle sventole russe!
Matteo era appena uscito da una storia difficile, un fidanzamento di quattro anni finito appena prima di partire militare, e tanta voglia di rifarsi del tempo perduto. Con la sana promessa a sé stesso di non cercare mai più una storia seria, ma solo il divertimento di una botta e via. Come dargli torto?
Negli ultimi tempi avevo perso un po’ di vista Matteo, un po’ per via dei suoi impegni di studio e di lavoro, un po’ perché la mia storia con Jenny mi aveva talmente coinvolto da farmi praticamente dimenticare di tutto il resto del mondo.
E adesso Jenny stava cercando di farmi capire qualcosa, riferendosi proprio al mio amico più caro. Qualcosa di avvolto nel mistero e che sembrava inquietarla in una maniera tremenda; per non parlare del dolore al mignolo? Perché diceva che era stato Matteo? Jenny era appena stata colpita da una tegola in testa e delirava? Oppure c’ era una ragione logica in tutto questo?
-“ Insomma, basta con i misteri!”- esclamai visibilmente incazzato. –“ Adesso mi spieghi cosa vuoi dire e la fai finita con le allusioni ed i riferimenti. Parla chiaro e raccontami tutto quello che ti sta turbando in questo momento!”-
Quel gioco a rincorrersi mi stava facendo passare quel quarto d’ ora di buon umore che, solitamente, caratterizzava i nostri momenti al bar.
Jenny non aspettasse altro e, seppur sospirando, non se lo fece ripetere. Iniziò a raccontare, ad occhi bassi di una brutta vicenda che era successa meno di un anno fa.
-“Prima di conoscere te”- esordì –“ la scorsa estate alcune vecchie amiche mi avevano convinto a fare la conoscenza di un ragazzo molto carino e simpatico che frequentava il nostro stesso bagno fin dai primi di giugno. Si fermava a parlare con Giampaolo davanti alla cabina di Antonella e riusciva a catturare la nostra attenzione con le sue barzellette e la sua ironia. Questo ragazzo era Matteo.”-
Jenny provò a sorseggiare quel caffè ormai freddo che era rimasto vittima dei suoi silenzi, delle sue pause e delle sue esitazioni. Si fece scappare una smorfia di disgusto e, senza perdere altro tempo, proseguì il suo racconto sotto i miei occhi attenti che cercava di rubarle ogni minima emozione che fuoriuscisse dal suo sguardo.
Prima ancora che pronunciasse una sola parola, si appoggiò una mano sul petto, all’ altezza del cuore, come se inconsciamente dovesse rivelare un segreto che proprio dalle profondità dell’ anima veniva custodito.
Sospirando per l’ ennesima volta, andò dritta al sodo.
-“Dopo circa una settimana da quando ci eravamo conosciuti io e Matteo” – disse – “ci siamo messi insieme e siamo andati a baciarci sul mare, al chiaro di Luna.”-
Jenny scoppiò a piangere come una fontana. Sentii il cuore fermarsi, con la stessa pena che solo chi ama qualcuno e lo vede piangere in quella maniera può comprendere. Era grande l’ imbarazzo ed il dispiacere nel vederla così sofferente. E non riuscivo neppure vagamente ad ipotizzare la ragione di quella improvvisa crisi di pianto.
I dubbi si sciolsero come neve sotto i raggi di Sole a primavera quando lei si decise a concludere il suo triste racconto.
-“Beh, c’ è poco da dire…” – aggiunse –“ quella sera volevo rientrare a casa abbastanza presto per evitare i rimproveri dei miei genitori mentre invece Matteo sembrava su di giri e non voleva che ci allontanassimo da quel tratto deserto di spiaggia. Avevo capito cosa voleva da me, ma io non avevo nessuna intenzione di appagare le sua voglie, dato che non ero certo una troia…”
La guardai perplesso, incuriosito dal resto della vicenda che aveva finito per minacciare dei contenuti problematici. Stavo cominciando a temere il peggio.
La voce di Jenny divenne sempre più flebile, quasi strozzata, come se una mano invisibile avvolgesse la sua gola e la stringesse con una violenza sempre maggiore.
-“Ho provato ad alzarmi dalla sedia sdraio, ma lui mi strinse i polsi bloccandomi ai braccioli di legno e, minacciandomi che mi avrebbe picchiata nel caso in cui mi fossi messa ad urlare, mi sfilò da una parte le mutandine e provò a penetrarmi.”-
Il sudore freddo mi scendeva lungo la fronte, in un turbinio di orribili sensazioni che non saprei neppure descrivere con parole terrene.
-“Cercai di allontanarlo da me, piangendo a più non posso, e allungai una mano nel tentativo di oppormi alla sua violenza. Ma lui sembrava una furia, l’ eccitazione l’ aveva reso ancora più forte e determinato: sembrava una bestia irriconoscibile…”
Cercavo le mie corde vocali, ma non riuscivo a trovarle, come se qualche trafficante internazionale di organi me le avesse asportate all’ improvviso per rivendersele al mercato nero.
-“Mentre cercava di violentarmi, nella foga mi aveva afferrato una mano per impedirmi di allontanarmi, con una energia animale tale da fratturarmi il mignolo alla base della falange.”- disse – “Ora sai come mai mi fa male quel dito…”-
Ancora stordìto ed incredulo per quello che avevano appena udito le mie povere orecchie, le chiesi se nessuno nei paraggi si fosse anche solo minimamente accorto di quello che le stava succedendo, e se nessuno fosse venuto in suo soccorso.
Jenny riprese fiato, si asciugò qualcuna di quelle decine di lacrime che avevano allagato i suoi occhi con l’ irruenza di una triste, rabbiosa e malinconica alluvione di tristezza. Poi, passandosi una mano sulla fronte come a cercare di alleviare il forte mal di testa sollevato dall’ impatto emotivo del tornare, seppur unicamente a rigor di metafora, sul luogo del delitto, aggiunse:
-“Meno male che quel vigliacco non è riuscito a concludere quello che aveva in mente…” – disse con una smorfia che sarebbe stonato chiamare di soddisfazione, ma esprimeva comunque il gusto di una piccola rivalsa –“…fortunatamente, proprio in quei terribili maledetti momenti passò una guardia giurata che stava pattugliando la zona dei bagni, e quel bastardo di Matteo ha dovuto mollare la presa, rivestendosi in tutta fretta e allontanandosi in furia; non prima di avermi minacciato di non aprire mai bocca con nessuno su quanto accaduto…”-
Concluse: -“Beh, ora sai tutto.”-
Mai e poi mai avrei potuto immaginare di sentire un orrore del genere, nella mia candida ingenuità era tutto inconcepibile dalla prima all’ ultima parola. Eppure mi sentivo male, ma male veramente, come se fossi stato io la vittima di quell’ aggressione, di quel tentativo di violenza del quale era rimasta vittima incolpevole la persona a me più cara in questo mondo.
E, cosa assai più grave, di quella colpa si era macchiato paradossalmente Matteo, intimo e carissimo amico, compagno di mille avventure da sempre e adesso vile belva sessuale in libertà, alla luce di quanto appena scoperto.
E niente importava se tutto questo era successo diverso tempo prima che io conoscessi Jenny: sentivo crescere in me il disprezzo per chi si approfitta della fragilità fisica di una femmina, qualunque essa sia. Come può ritenersi degno di chiamarsi “uomo” chi commette bassezze del genere?
Abbracciai Jenny in un irresistibile impeto di istinto protettivo, elevato alla massima potenza da quello che avevo appena udito e che mi aveva fatto inorridire al punto di vedere arrossare la mia pelle dalla rabbia più pura. Le giurai che non avrebbe mai più dovuto temere niente, che per lei avrei gettato sempre il cuore oltre l’ ostacolo e chiunque si fosse avvicinato a lei con cattive intenzioni avrebbe poi inesorabilmente dovuto vedersela con me. Mi rimproveravo assurdamente di non essere stato presente nel momento della violenza, per afferrare Matteo per il collo e scaraventarlo lontano, dopo una severa scarica di cazzotti.
Jenny mi abbracciò risollevata anche dall’ aver finalmente scaricato l’ animo dal pesante fardello di quel terribile segreto condiviso da nessun’ altro all’ infuori di sé stessa. Mi baciò con passione, aggiungendo –“Ti amo da pazzi, sei la gioia della mia esistenza…”- e si rilassò fra le mie braccia.
Pensavo di aver toccato il fondo dopo l’ inutile e ingiusta guerra che mi avevano mosso i suoi vecchi, con le relative scaramucce e la merda in quantità industriale che mi facevano mangiare proprio loro in fabbrica, sul lavoro ed in famiglia.
Invece no. Il peggio era adesso. Il destino mi aveva strappato un fratello e me lo aveva trasformato in un nemico da odiare. Ma la vendetta migliore sarebbe stata quella di cancellarlo dalla mia vita. D’ ora in avanti avrei difeso Jenny ancora con più vigore, come il più feroce dei leoni.

CONTINUA...

giovedì 16 febbraio 2012

CAPITOLO 26 NEL MIRINO DEL DIAVOLO

Ecco il numero ventisei:




CAPITOLO 26 (Ricominciamoooo….)


Ero sempre di un umore nero, ma talmente nero che anche un funerale sarebbe sembrato una festa tipo Carnevale di Rio de Janeiro, con tanto di ballerini e samba, maracas e fuochi artificiali a tutto spiano: in effetti mi sembrava quasi di essere un becchino che scava la fossa per sé stesso…
Con le mani in tasca e lo sguardo perso nel vuoto, meditavo in continuazione sulle parole di Elena che, oltre a ferirmi, mi avevano fatto capire che avrei fatto meglio a stare con le spalle al muro e mettere il culo al riparo, diffidando alla grande di quella specie di tregua fittizia che aveva più il sapore della trappola che non quello dell’ occasione per superare quello che era stato un banale equivoco sorto dal nulla…
Visto che con tipi del genere la lealtà e la sincerità potevano essere considerate optional e basta, come accessori ormai passati di moda da tempo, avrei già potuto organizzare un giro di scommesse clandestine per ipotizzare la data della fine ufficiale del fidanzamento con la mia biondina.
Ormai avevo fatto l’ abbonamento a quella tonnellata di paranoie che mi avrebbe accompagnato per molto, molto tempo, nei mesi a seguire: nei miei pensieri non ci sarebbe stato più posto per nessun altro problema che riguardasse quella difficile e problematica convivenza con i miei “suoceri” provvisori.
Questo e altro flagellava la mia materia grigia anche quella mattina post- nottata insonne, a bordo del vecchio Land Rover del mio carissimo ingegnere: con lo sguardo rivolto al finestrino, fissavo quel mondo pazzo e illogico che mi passava davanti come se tutto fosse normale; ero talmente incantato che neppure il puzzo acre ed intenso del fumo emanato dal sigaro toscano del Borgaglia (che solitamente mi stordiva e mi richiamava alla mente gli ebrei uccisi dai gas nazisti nei campi di sterminio) riusciva a far breccia nella mia percezione sensoriale.
Tra me ed una statua di marmo, l’ unica differenza poteva essere il mio colore leggermente più rosato, ma quanto a reattività cerebrale eravamo allo stesso livello…
Le mie occhiaie non erano passate inosservate nemmeno davanti all’ occhio esperto dell’ ingegnere, che dall’ alto della sua esperienza decennale di vecchia volpe, non aveva fatto fatica a capire che avevo appena passato la notte in bianco.
Mentre ci stavamo dirigendo verso uno dei tanti cantieri commissionati dai vari, innumerevoli clienti ed il relativo avanzamento dei lavori, distolse lo sguardo dal traffico e si voltò per un istante verso di me, con la tipica espressione furba di chi la sa lunga.
Quindi disse: -“Ah… Voi giovani…”-
Poi s’ interruppe per qualche istante, con una pausa che sembrava decisamente studiata per l’ occasione, nello stile degli attori teatrali che si esibiscono sul palcoscenico.
Ergo, come se avesse preso la rincorsa per buttare giù la porta, sentenziò: -“La sera leoni e la mattina coglioni”- accompagnando la fine del suo intervento con una goliardica risata.
Abbozzai un sorriso un po’ tirato per i capelli per compiacere il vecchio leone e sospirai, ironizzando sul fatto che anche l’ ingegnere non avesse capito un cazzo di quello che mi era successo.
Continuai a comportarmi inconsciamente come un robot anche quando tornammo in ufficio per ordinare gli appunti appena raccolti nel corso della mattinata e per cominciare a disegnare sul computer la pianta di un nuovo rustico appena commissionato: accesi il pc e cominciai il mio lavoro di routine senza neppure accorgermi delle barzellette di Massimiliano e Giampaolo, le mie dita si muovevano veloci e frenetiche sulla tastiera, come se fossi un vecchio lupo dell’ informatica.
In realtà non sapevo neppure io cosa stesse accadendo alle mie facoltà cerebrali, facevo fatica a capire dove finisse il mio corpo e dove invece iniziasse il computer. Posso dire solamente che mi meravigliai non poco ritrovandomi di fronte al mio lavoro finito, compiuto totalmente in stato di trance nervosa: pareva quasi che il disegno si fosse realizzato da sé, in automatico..!
Solo quando uno dei miei colleghi mormorò che si era ormai fatto tardi e fosse ora di andare a pranzare, guardai distrattamente l’ orologio e cominciai a scuotermi, tornando pienamente in me, come se qualcuno mi avesse appena gettato un secchio di acqua gelata in faccia.
Come una scossa elettrica! Non era tanto il fatto di andare a mangiare, quanto piuttosto l’ imminente turno di lavoro pomeridiano in fabbrica a ricordarmi che stavo per incontrare i genitori di Jenny per la prima volta da quando avevamo litigato e successivamente patteggiato una specie di tregua.
Sono sempre stato perfettamente in sintonia con tutti quelli che affermano quanto sia lento a trascorrere il tempo che ci separa da un evento importante: aumento dell’ ansia, stress galoppante, nervosismo che fuoriesce da ogni poro della pelle, gastriti varie e problemi respiratori di ogni genere sono i simpatici compagni di viaggio di queste situazioni così particolari.
Nel mio caso, poi, tutto veniva moltiplicato per mille ed elevato al cubo: solo a questo punto si poteva ricavare un’ immagine abbastanza realistica della mia situazione …
Solitamente, uscendo dall’ ufficio, mi ritrovavo sempre con il sano appetito di chi mangerebbe un cavallo e finivo per divorare i mie due panini in una manciata di minuti, tra un sorso di gazzosa ed una sbirciatina alla sezione informatica del “Manuale del Geometra”: appena trovavo una panchina libera sul lungomare, non mi facevo di certo pregare per mettermi comodo e cominciare a mangiare.
Stavolta era diverso, non sentivo fame, neppure un minimo stimolo che m’ invogliasse a scartare la pellicola in Domopack che avvolgeva il mio pasto principale; in preda all’ irrazionalità più pura, raccolsi quei poveri panini e li gettai nel cassonetto dell’ immondizia più vicino, salvando dalla stessa fine solo la bottiglietta di Fanta che avevo comprato prima di entrare in ufficio.
-“Vabbè…” – pensavo – “ Forse è meglio se mi tengo leggero… Per una volta non morirò certo di fame!”-
Se da una parte scalpitavo dalla voglia di vedere le facce di Elena e Roberto alla luce della discussione di ieri, d’ altro canto avrei preferito rimandare quel momento all’ infinito, per timore di vedere qualcosa di talmente negativo che stavolta, a livello emotivo, non sarei stato in grado di reggere: un’ altra scena del genere e sarei finito certamente nella tomba, il mio povero cuore non avrebbe retto all’ ennesima sadica tortura.
Lento come una tartaruga caduta nella colla e nel cemento a presa rapida, il tempo non ne voleva sapere di scorrere, come invece avrebbe dovuto fare a cose normali. La clessidra si era tappata e le lancette dell’ orologio sembravano inchiodate nella loro posizione originaria. Ma come mai il tempo si blocca solo nei momenti di malinconia? Suggestione? Boh!
Erano a malapena le tredici e dieci, mancava quasi un’ ora all’ inizio del mio turno e al rendez-vous con i demoni della “Pardini”, ma sentivo che stavo dimenticando qualcosa d’ importante: sì, ne ero sicuro al cento per cento, c’era qualcosa che se ne stava in disparte nella mia mente, come un bambino dispettoso che vuol giocare a nascondino e non vuol farsi trovare… Sì, ma cosa?
Mi stavo rincoglionendo anche a livello di memoria? forse un attacco molto precoce di arteriosclerosi, oppure un castoro che mi stava rosicchiando le sinapsi del cervello… Gira e gira, pensa e strizza, avevo la sensazione di essere lì lì per ricordare quello che rappresentava un appuntamento importante da rispettare e, con un ultimo sforzo non indifferente, come un leone che corona il lungo inseguimento della gazzella nella savana bloccando la fuga della preda, riuscii a far diradare la nebbia del cervello e cominciai a ricordare.
Non feci in tempo a gioire dello sforzo mnemonico premiato dal successo che mi ritrovai a imprecare per essermi ricordato, quando ormai era troppo tardi, che sua nonna Costanza mi aveva invitato a pranzo da lei: sapevamo già da una settimana che quel giorno Jenny sarebbe uscita prima del solito da scuola, per via di uno sciopero degli insegnanti e… Cazzo, me l’ ero completamente scordato!
Porco cane, era la ciliegina sulla torta al contrario, nel senso che ci mancava solo questa involontaria figura di merda ad accrescere l’ odio ed i pregiudizi nei miei confronti: pioveva sul bagnato e nel momento sbagliato… Sì, vaglielo tu a spiegare che con tutta quel letame e quel veleno che mi avevano gettato addosso sua figlia e suo genero il resto del mondo era passato molto in secondo piano rispetto ai fatti di stretta attualità. Restava una clamorosa, indecente figura di cacca, una dimostrazione arrogante di maleducazione.
Ergo cercai la vecchia scheda telefonica quasi consumata dall’ usura e dall’ attrito radente con le altre inutili tessere presenti nel mio scarno e magro portafogli, e m’ infilai come un gatto nella vicina cabina telefonica, afferrando la cornetta e torturando ripetutamente il tastierino numerico, con la stessa foga di un fantino che frusta il cavallo durante una gara all’ ippodromo.
Mi stavo già preparando a ricevere l’ ennesima dose d’ insulti (in questo caso meritati), e, quando sua nonna finalmente rispose, chiusi gli occhi come solo il condannato a morte prima dell’ esecuzione riesce a fare, se non fosse che l’ anziana mi stupì con il solito tono gentile di sempre, per niente incazzata o innervosita dall’ involontario bidone fresco fresco.
Anzi, mi disse che era arrabbiata sì, ma con suo nipote Antonio, (quella specie di nano malefico che era l’ unico cugino di primo grado della mia ragazza) per via di uno scherzo demente che le aveva appena fatto: era scivolata per terra per via della cera che lo scemo aveva appena passato davanti all’ ingresso della cucina e, cadendo con il culo per terra, era rimasta decisamente dolorante senza potersi muovere per un po’…
Mi disse che era profondamente addolorata e si scusava per quell’ antipatico inconveniente fuori programma, dato che a causa dei dolori non era in grado di preparare da mangiare!
Giuro che facevo fatica a trattenermi dal ridere! Ma non per la brutta caduta di quella povera anziana, piuttosto per la fortunata coincidenza che aveva permesso al sottoscritto di far passare in secondo piano il fatto che mi ero del tutto scordato di andare a pranzare proprio da lei. La botta di culo (nel senso di fortuna, certo) più grande l’ avevo avuta io… Comunque, se l’ involontario bidone era passato inosservato almeno davanti agli occhi di nonna Costanza, lo stesso non si poteva dire di Jenny, che con tono molto poco remissivo mi chiedeva ironicamente se mi fossi per caso smarrito per Viareggio o se fossi stato rapito da qualche trafficante internazionale di organi umani.
Le risposi senza nasconderle la verità, me l’ ero spudoratamente dimenticato e, oltre al dispiacere dell’ appuntamento mancato, la cosa che più mi preoccupava era sicuramente che temevo proprio che anche questo (che in fondo rimaneva pur sempre una sciocchezza inedita, dato che era la prima volta che mi capitava) andasse a finire nell’ elenco delle “colpe” (?) del sottoscritto. In pratica temevo altra benzina sul fuoco, proprio nel momento più sbagliato.
Jenny mi disse di stare tranquillo e di non pensare più alla sera del giorno prima, che tanto erano tutte parole dette dai suoi in un momento di rabbia e non era cambiato proprio niente. Tra l’ altro, aggiunse, neppure i suoi nonni sapevano niente di quel litigio di ieri: non c’ erano assolutamente motivi per stare a preoccuparsi.
Oddio, sapevo che la sua visione del quadro reale era un po’ troppo ingenua e approssimativa, peccando di eccesso di ottimismo proprio lì nel cuore del problema, comunque l’ importante era continuare a sentire la sua voce: che parlasse di stronzate o che declamasse i versi di qualche poesia, l’ unica cosa fondamentale era poter udire le sue parole, e poco importava dei contenuti.
Terminai la telefonata promettendole che, salvo cause di forza maggiore, ci saremmo rifatti del mancato appuntamento, magari facendoci una pizza nel fine settimana o alla fine del mio turno pomeridiano di lavoro.
Appesa la cornetta al ricevitore, cominciai a sentire una sensazione di gelo nelle ossa, come quando il Sole viene oscurato dalle nubi durante i freddi pomeriggi invernali e ti sembra di essere nel bel mezzo della Siberia.
Era finita l’ora d’ aria, ora mi toccava andare in fabbrica a toccare con mano i cambiamenti post-traumatici sul campo: non avevo ancora incrociato i suoi vecchi e non morivo nemmeno dalla voglia di farlo, tanto valeva rassegnarsi e incamminarsi verso il proprio destino.
Mi venne un rigurgito di ottimismo. E se si fossero accorti di aver preso una clamorosa cantonata? Magari si erano già pentiti di aver preso brutalmente a calci nel culo quello che era indubbiamente il ragazzo più buono e dolce del pianeta, il fidanzato ideale che ogni mamma avrebbe desiderato vedere insieme alla propria figliola; probabilmente si stavano già cospargendo il capo di cenere battendosi il petto con energia, in preda al rimorso di aver sbagliato tutto con me, nella forma e nella sostanza. Ma come avevano fatto a mettere in dubbio la mia parola, affidandosi ai discorsi di mia madre che erano solo inquinati dalla (sciocca) rabbia temporanea nei miei confronti?
La forza degli intelligenti (e mi riferivo decisamente più a Elena che non a suo marito) era notoriamente quella di saper tornare indietro sui propri passi e ammettere di avere sbagliato, facendo un passo indietro e cercando di evitare di farsi riprendere da impulsività e pregiudizi.
Era tutto già scritto, fin troppo logico e naturale che sulla porta d’ ingresso del capannone che ospita la sua ditta, ci sarebbe stata la madre di Jenny ad attendermi che, con aria provata da sincero pentimento ed estremo senso di autocommiserazione, mi avrebbe chiesto di mettere una pietra sopra quella sterile, inutile e odiosa discussione: magari avrebbe anche sponsorizzato una bella cena a lume di candela per due, con me e Jenny che ci saremmo goduti quella specie di rimborso per quelle cattiverie così terribili che facevano ancora fischiare le mie povere orecchie.
Jenny ed io avremmo sorriso con tutta la complicità di questo mondo, pensando che, come in tutte le favole più fantastiche, anche stavolta il lieto fine era assicurato: i buoni vincono sempre, no?
Col cazzo! Mi bastò guardare le facce di Elena e Roberto nei pressi dell’ ingresso principale della fabbrica, che mi stavano squadrando con quegli occhi pieni di malignità latente e quella carica di odio corrosivo e velenoso, per farmi pensare che effettivamente non c’ era niente da fare: stronzi erano e stronzi restavano, senza nessuna speranza di guarigione.
Gettai il mio ottimismo nel bidone dei rifiuti e abbracciai una sorta di pessimismo cosmico così estremo da far sembrare il Leopardi una specie di comico da cabaret…
Ahh, Jenny… Quale innaturale sacrificio di pazienza, solo per te!

CONTINUA...