venerdì 19 febbraio 2016

NEL MIRINO DEL DIAVOLO - CAPITOLO 34

CAPITOLO 34 (Una nuova luce)

Si capisce che anche un’ aspirina, un Aulin o un qualsiasi analgesico richieda
fisiologicamente un po’ di tempo prima di fare effetto (se nel frattempo avessero già
brevettato la bacchetta magica della fata Turchina e l’ avessero messa in vendita su ebay,
vi prego di farmelo sapere..!) ma proprio in quei momenti prima dell’
attenuazione dell’ attacco infiammatorio senti il dolore ancora più forte, facendoti
venire voglia di sbattere la testa contro il muro. Ma poi, quando l’ analgesico
comincia a fare il suo effetto ed il dolore scivola via come una serpe bastonata, il
senso di sollievo è talmente grande che non ripensi neppure lontanamente alle pene
dell’ inferno che ti affliggevano fino a pochi momenti prima.
Lo so, molti di voi penseranno “bravo, che genio che sei” oppure “complimenti,
nessuno ti potrà togliere quest’ anno il Nobel per la Fisica”, razza di sapientoni che
non siete altro!
Ma anche se insistete ricordandomi che la mia sembrava la scoperta dell’ acqua
calda, cercherò di difendermi dicendo che questa sensazione era la cosa che
maggiormente riusciva a sintetizzare il mio stato d’ animo dell’ era “post- Jenny”.
Ma se una medicina appropriata può avere successo contro un mal di testa, un ascesso
dentale o un dolore muscolare,per i mali che uccidono il cuore (e non intendo le
malattie cardiovascolari) si tratta di un altro paio di maniche.
Qualcuno aveva rubato i colori alla mia vita ed ero amaramente consapevole,in fondo
al cuore, che soltanto, tanto tempo avrebbe guarito quella terribile e crudele
spaccatura, almeno in parte.
Il grigio costante e persistente che mi rimaneva attaccato alle ossa come se fosse
umidità di palude, tornava puntuale come un boomerang tra le mie mani,ogni qual
volta io provassi a sbarazzarmene. Tutto vano.
Se con la razionalità delle mie cellule cerebrali stavo provando a tracciare la nuova
rotta da intraprendere, con l’ emotività del cuore avevo ancora qualche problema non
proprio trascendentale. C’ era un rift di tipo californiano, una spaccatura geologica.
Ancora tempo. Quello necessario a togliermi dall’organismo tutto quel veleno tossico
che mi avevano iniettato goccia dopo goccia, quello che mi avevano fatto inalare
respirando l’ aria nei loro ambienti maledetti e contaminati da ogni male possibile.
C’ erano ancora dei fantasmi ad inseguirmi e mi sentivo ancora troppo debole per
affrontarli, figuriamoci per sconfiggerli definitivamente.
Ma fortunatamente le visite di Letizia si fecero sempre più frequenti, e questo non
poteva che farmi piacere.
Cominciai a rendermi sempre più convinto che, neanche a farlo apposta, Letizia
sembrava essere proprio quella medicina giusta che tanto invocavo: un raffinato elisir
di bellezza sopraffina, mora e splendidamente mediterranea, con quegli occhi neri
come la notte, perfettamente in antitesi con il modello estetico che avevo abbracciato
fino a pochissimo tempo fa.
Ci stavo veramente bene insieme. Mi dava tanto senza pretendere niente in cambio.
Aveva intelligenza pura da vendere e mi capiva al volo, con uno sguardo o con un
banale movimento degli occhi, prima ancora che io aprissi bocca. E magari mi
toglieva dalla punta della lingua le parole che io stesso avrei pronunciato, se lei non
mi avesse appena anticipato. Preveggenza? No. Intimità, istinto, affiatamento e
reciproca attrazione fortissima.
Questo per dire che mi ero accorto ben prima che Jenny mi lasciasse che Letizia
avesse delle mire su di me: non era un mistero per me il fatto che le piacevo.
Lo capivo da quei languidi sguardi che mi lanciava con maliziosa furbizia femminile,
evitando di farsi notare dall’ amica (?), dai sorrisi di estrema piacevole complicità, da
tante piccole battute e doppi sensi che saltavano fuori in ogni occasione in cui ci
ritrovassimo a quattr’ occhi, una serie di allusioni che portavano sempre nella stessa
direzione…
Era un piccolo gioco non del tutto proibito, dato che non c’ era neppure l’ ombra del
tradimento, feeling, complicità e flirt senza peccato materiale.
Insomma, niente di politicamente scorretto.
Che Letizia fosse la più accreditata e migliore candidata per sostituire la
capricciosissima biondina che aveva monopolizzato la scena negli ultimi nove, dieci
mesi, era forse la cosa più scontata e naturale di questo mondo.
Un po’come lanciarsi in totale sicurezza da un aereo in avaria grazie ad un
provvidenziale “paracadute”, che sprigionava piena sensualità dall’ alto di un corpo
statuario pur senza mai aver frequentato palestre, ma solo frutto della generosità di
Madre Natura. Ma la sua qualità più importante, senza dubbio, era quell’ energia
tipica di chi sapeva rimboccarsi le maniche al momento giusto, in caso di bisogno.
Mentre il mio “Titanic” stava inesorabilmente affondando nelle profondità oceaniche,
lei era arrivata a salvarmi tempestivamente dal naufragio, puntuale come i supereroi
dei fumetti e mi stringeva tra le sue braccia, mentre respiravo il profumo dei suoi
capelli. Era un angelo sceso dal cielo.
Meno male che Letizia non era figlia di ricchi imprenditori, gioiellieri o facoltosi
commercianti dell’ alta borghesia, ma proveniva da una famiglia operaia proprio
come la mia, le sue radici sembravano ricalcare alla perfezione le mie.
Meglio guidare una normalissima ma affidabile berlina, piuttosto che una lussuosa,
pregiata ma lunatica fuoriserie piena di difetti, in grado di lasciarti a piedi da un
momento all’ altro con i suoi capricci.
Ogni pezzo di questo nuovo, affascinante e magnifico puzzle pareva essere perfetto
per completare un capolavoro mai visto prima.
In precedenza, con Jenny, anche cercare di abbozzare un discorso appena intelligente
si riduceva ad una pura chimera, un’ utopia, dato che ascoltare i suoi discorsi ti
faceva venir voglia di prendere una lametta e tagliarti le vene, per non sentirla più…
E questo, me ne darete atto, lo avevo sempre pensato, in sincerità, anche nei pochi
momenti felici del passato, più o meno recente.
Con Letizia era tutta un’ altra musica. Adesso c’ era anche un cervello funzionante
davanti a me, oltre ad un bellissimo corpo, con il quale dialogare, confrontarsi, poter
parlare la stessa lingua senza imbarazzi o incomprensioni.
L’ unico lato negativo della situazione, se così possiamo dire, era sicuramente il fatto
che lei non aveva mai rotto completamente i rapporti diplomatici con Jenny, tutt’
altro: la mia ex invitava l’ amica praticamente ogni giorno al mare, a fare una
passeggiata in centro, oppure a prendere un caffè in libertà.
Ora, siccome non sono un bugiardo ed un ipocrita come i tanti “Pinocchi” che
infestano questo mondo, sono il primo ad ammettere quanto mi seccasse (e non poco)
questo contatto fra il mio recente, doloroso e malvagio passato e quello che aspirava a
diventare, neppure troppo velatamente, il mio presente e futuro sentimentale, in
pianta stabile. Temevo che il vecchio potesse inquinare il nuovo, che marciume
potesse in qualche maniera imputridire anche ciò che era puro: era la paura che il
male continuasse ad esercitare il suo potere, come una fiamma che ti divora
lentamente, senza però farti sentire dolore. In maniera subdola come al solito.
Presagivo la presenza di un fuoco che solo in apparenza era spento, ma c’ era
qualcosa di ben più di un sospetto ad farmi pensare che il fuoco covasse sotto la
cenere. E questo m’ innervosiva parecchio.
Conoscevo bene Jenny e la sua personalità scialba, e sapevo di essere al centro dei
suoi pettegolezzi e delle sue maligne falsità (d’ altro canto aveva avuto dei maestri
insuperabili in questo campo, in famiglia) ed avrebbero dovuto fischiarmi
letteralmente le orecchie per ogni volta che le sue immonde labbra avessero
pronunciato il mio nome.
Ma io avevo già emesso la mia personale sentenza: l’ avrei condannata all’ oblìo,
avrei impiegato tutte le mie forze per dimenticarla, e prima o poi ci sarei riuscito,
senza alcun dubbio. Avrei esorcizzato il suo ricordo trasformandola in una effimera
meteora. Era la soluzione migliore per me.
Dopo qualche giorno, sempre in piena calura di Agosto, con la sua afa che non ti
lasciava scampo nemmeno all’ombra, iniziai lentamente a ritrovarmi, seppure a
fatica, come un giunco di bambù che riprende la propria naturale posizione eretta,
stagliata verso il cielo, dopo il terribile, implacabile vento tempestoso che aveva
infierito per più di due settimane sul sottoscritto. Come quando riesci a smaltire i
postumi di una sbornia e ti rimetti un po’ incertamente a camminare.
La luce che vedevo adesso non era più contaminata dal grigio pesante e appiccicoso,
ma non era neppure identica a quella di prima: era come se osservassi tale luce con
gli occhi dello scienziato che studia le leggi dell’ottica attraverso le rifrazioni di un
prisma.
Un approccio più razionale alla vita, per capirci, anche perché il dolore per le tante
inibizioni e per la dura schiavitù simile a quella degli Ebrei in Egitto ai tempi di
Giuseppe stava entrando nell’ ombra. Attenzione, sia chiaro che pur restando
invisibile, tale presenza rimaneva viscidamente presente, come una muffa fastidiosa
che si riesce ad avvertire anche a metri e metri di distanza.
Ma, allo stesso tempo, sentii che cominciava a prevalere tutta quella componente di
odio e desiderio di rivalsa,vendetta e furore cieco, che ancora covavano in me.
Un immenso e sconfinato serbatoio di odio sincero e leale, di cattiveria tipica del
buono che si è arrabbiato ed intendere mettere tutti i puntini sulle “i”.
Sebbene Letizia non fosse ancora la mia ragazza “ufficialmente”, dato che io stesso le
avevo chiesto di prendermi un po’ di tempo per evitare passi azzardati dopo la
recente, freschissima scottatura, restando un po’ a riflettere saggiamente sul da farsi,
le chiesi comunque un piacere importante: nel caso in cui lei avesse avuto la seria
intenzione di diventare veramente la mia ragazza, avrebbe quanto meno dovuto
limitare al minimo le sue frequentazioni con quella stessa persona che tanto avevo
imparato ad odiare, dopo averla altrettanto amata.
Avevo imparato in fretta ad odiare Jenny, con la stessa velocità con cui un incendio
riesce a carbonizzare un bosco, e tutto quello di cattivo che aveva portato nella mia
vita. Io stesso ero frastornato da questa mia inedita capacità di odiare, contro natura
per me, dato che avevo sempre avuto un buon rapporto con tutte le mie ex, anche una
volta conclusa la relazione. Fino a quel momento, appunto. Per quanto io mi sforzassi
di farlo, non riuscivo proprio a classificare la giovane bionda snob e capricciosa come
degna di tale affetto. Forse proprio il sangue che scorre nelle mie vene, per metà
siciliano e caldo come la lava dell’ Etna, e che mi ha sempre reso orgogliosamente
capace di grandissimi slanci, nel bene o nel male, stava lì a ricordarmi come fosse
impossibile anche solo l’ipotesi che un giorno avessi accettato come amica Jenny:
perché se è vero, da una parte, che anche la lava che fuoriesce dal cratere di un
vulcano in eruzione, con il tempo indubbiamente si viene a raffreddare e diviene
terreno fertilissimo per un’ incredibile varietà di coltivazioni, nel mio caso non era
così.
L’ odio sarebbe rimasto tale e quale, solo in parte seppellito dalle sabbie del tempo.
Sapevo amare in una maniera talmente profonda che avrei messo sicuramente a
rischio anche lamia vita per la persona amata, e non solo a parole; ma se questa si
fosse macchiata di tali grandi, orribili e gravissime colpe, del mio immenso oceano d’
amore non sarebbe rimasto che cenere. E così fu.
Per quanto riguardava Letizia, si trattava soltanto di fare chiarezza una volta per tutte.
Forse ero un po’ egoista. Ma pretendevo certezze, sicurezza e stabilità. Mai più
compromessi o ambiguità.
Non avevo intenzione di intromettermi nelle sue amicizie, anche perché non sarebbe
stato un mio diritto, anzi avrebbe rappresentato un’ intollerabile ingerenza nella sua
privacy. Tutto ciò non era nella mia indole né tanto meno nel mio stile.
Era solo una piccola grande richiesta di fedeltà per attenuare quel senso d’ irritazione
che mi assaliva puntualmente ogni qual volta mi ritrovassi a guardare l’ orologio e
realizzavo che la mia dolce “amica” si trovava nel luogo sbagliato, al momento
sbagliato e, ciò che peggio, con la persona sbagliata.
O forse c’ era anche un pizzico di nascente gelosia, quella che correva parallela alla
paura di perdere qualcuno che cominciava ad essere sempre più importante nel mio
povero cuoricino strapazzato e preso a calci senza pietà. Ma era diventata veramente
importante e, in un modo o nell’ altro, cominciavo a sentirla pienamente mia.
Per quanto in quei giorni, in alcuni momenti di “ricaduta”, sembrassi un fantasma,
Letizia accettò di buon grado la mia importante richiesta di tagliare quasi del tutto i
ponti con la sua amica Jenny, anche perché ormai era diventata un occasione di
principio e di opportunità. Non avrebbe potuto tenere il piede in due scarpe, almeno
in quel tipo di contesto, non era certo la situazione ideale.
Lei mi guardò con un sorriso e mi abbracciò stretto come mai avevo sentito, e ne
capivo il motivo. Era lusingata da quella richiesta, non aspettava altro che sentirmi
pronunciare quelle parole che testimoniavano cosa provassi per lei. E mi baciò con
tutta quella passione che aveva tenuto al guinzaglio fino a quel momento.
Come prevedibile, la nebbia cominciò a diradarsi tutta all’ improvviso proprio grazie
a Letizia, che con il suo amore e le sue immancabili premure mi stava letteralmente
viziando, restaurandomi con la stessa abilità e la stessa maestria di un consumato
artigiano.
Aveva tirato fuori dal nulla la sua tavolozza dei colori ed aveva cominciato a
dipingere meraviglie sulla mia tela sgualcita. Niente era banale con lei, ma proprio
niente.
E se ancora non avevamo fatto l’ amore insieme, era solo perché le avevo chiesto di
darmi ancora un briciolo di tempo per sgombrare definitivamente il cervello dagli
ultimi fantasmi rimasti, che sbiadivano sempre di più proprio grazie a lei.

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