lunedì 8 febbraio 2016

LA DONNA CANNONE

Quasi tutti i momenti più importanti della nostra vita sono legati a qualche canzone che abbiamo udito in quello stesso momento o che comunque ci riporta indietro nel passato a rivivere con la medesima intensità, come fossimo ancora lì, in una sorta di invisibile incanto. Il potere e la suggestione della musica.
Ci sono canzoni che ti strappano l' anima per tanti motivi, a volte felici e talvolta viceversa tristi e malinconiche: niente di strano, come in tutte le cose ella vita.
Una delle più importanti melodie legate alla mia vita è senza alcun dubbio la straordinaria "La donna cannone" di Francesco De Gregori, per motivi che presto capirete anche voi.
La canzone è bellissima a prescindere, per il suo testo e la sua musica dolce, per il suo messaggio struggente e l' atmosfera che riesce a calarti attorno mentre ascolti la melodia, fin dalle prime note.
Tuttavia, per quello che riguarda la mia personalissima esperienza, "La donna cannone" mi ricorda quel periodo dell' inverno 1992 quando venne a mancare la mia adorata nonna Maria, che viveva in Sicilia.
In quei giorni, ricevuta la telefonata di suo fratello Gianni che la avvertiva del precipitarsi degli eventi, mia madre prese il primo treno per Catania e - insieme alle mie sorelle, troppo piccole per essere lasciate qua in Toscana - scese giù in Sicilia per assistere la nonna.
Io invece rimasi a casa, costretto dal fatto che le verifiche scolastiche alle superiori avrebbero richiesto la mia presenza senza permettermi il lusso di assentarmi neppure per qualche giorno.
Ovvio che il cervello ed il cuore mio, nonostante tutto, fossero anch' essi in viaggio verso l' ospedale dov' era ricoverata mia nonna e maledicevo la malasorte che m' impediva di potere presenziare pure io al suo capezzale e portarle un po di conforto.
Ero rimasto a casa, porca miseria. Mio padre lavorava tutto il giorno, spaccandosi la schiena in un laboratorio di marmo della nostra zona, e rientrava non prima di sera per via delle continue ore di lavoro straordinario che riusciva a sommare nel corso della propria giornata lavorativa.
Ricordo che prima di partire mia madre mi aveva lasciato qualche soldo,  mi sembra di ricordare una banconota da cinquantamila lire, cifra che più o meno equivale a 25 euro scarsissimi  dei giorni nostri, con la differenza che, invece a quei tempi, con la stessa somma ci avresti potuto fare una piccola spesa di tutto rispetto.
Inoltre, poche ore prima di quella imprevista partenza, mi aveva istruito in fretta e furia riguardo a come andasse preparata la pasta, dai tempi di cottura alla quantità di sale, passando per il condimento con il sugo più appropriato. Per quanto riguardava il secondo, mi fu sbrigativamente insegnato come cuocere in fretta e furia una semplicissima fetta di carne in padella e, in conclusione, le modalità per mettere in tavola una manciata di patatine fritte.
Insomma, quanto bastava per garantire un buon pasto caldo sia per me che per mio padre e - considerando che all' epoca dei fatti avevo solamente quindici anni - mi sembrava che quello fosse più che sufficiente per la nostra sopravvivenza in quel frangente di emergenza.
Ovviamente, come già detto in precedenza, il mio cuore era salito sul treno e tutti i miei pensieri, paure, angosce e speranze erano giù in Sicilia.
Mia nonna si era ammalata un paio di anni addietro, ed aveva affrontato un' operazione per provare a vincere la sua battaglia contro quel male incurabile. Ci eravamo rivisti ancora, ricordo ancora che mia madre mi parlava della sua sofferenza riguardo a capelli che avevano iniziato a cadere per gli effetti collaterali della terapia, ma comunque lei cercava di farsi vedere forte e felice come sempre.
La nonna era sempre la solita leonessa, per quanto ferita nel corpo e debilitata da quella lotta impari, ma non aveva rinunciato neppure a trascorrere il Natale insieme a noi in Toscana, come tradizione da sempre, viaggio estenuante e lunghissimo in treno che era stato compiuto ancora una volta.
Era stato un Natale bellissimo, mia nonna era felicissima che io avessi rinunciato all' idea di buttare al vento la mia passione per i libri per andare a lavorare da ragazzino, e che avessi ricominciato a studiare, riallacciando quel filo con la scuola che avevo interrotto per qualche mese, come se avessi deciso di prendermi un anno sabbatico: per lei l' unica cosa importante era che io tornassi di volata a studiare, ed io non potevo far altro che accontentarla.
Ma la cosa più bella era che mi sembrava che lei si fosse rimessa un po' in salute, che le sue condizioni si fossero avviate verso un netto miglioramento  rispetto all' ultima volta che ci eravamo visti, pochi mesi prima.
Quando venne il momento del ritorno, a causa di un ritardo ferroviario che le aveva fatto perdere il treno, ci telefonò dalla stazione ferroviaria di Pisa Centrale per avvisarci e, ricordo ancor come fossero trascorsi minuti anzichè più di vent' anni da quella telefonata - mia madre le disse che l' avremmo raggiunta per farle compagnia in sala d' attesa, aspettando tutti insieme la partenza del treno successivo.
E così fu, con il sottoscritto che si era portato appresso il proprio walkman ricevuto come regalo natalizio ed ancora in rodaggio, ascoltando un po' di musica durante il tragitto verso Pisa. Non tutto il male viene per nuocere, pensavo tra me e me: in fin dei conti si trattava di una felice occasione per salutare nuovamente la nonna Maria prima che tornasse a Catania.
Che bello trovarla lì nell' atrio e poterla riabbracciare anche se per poco, pazienza: ero abituato a dovermi accontentare, e quindi mi sentivo già abbondantemente felice per quel piccolo disguido.
Il treno in attesa sarebbe partito non prima di una quarantina di minuti, ed io feci in tempo anche a fare una brevissima visita ad un negozio di dischi che all' epoca si trovava proprio nei paraggi della stazione: era troppo forte la tentazione di acquistare una nuova musicassetta, ed acquistai "Nuovamente falso" di Fiorello, uno dei miei album preferiti di quel periodo.
Insomma, mi ero regalato anche un souvenir per celebrare quell' imprevisto così fortunato, perchè poter abbracciare la nonna era sempre un evento straordinario.
E fu l' ultima volta che l' abbracciai, in questa vita.
Non potevo certo immaginare che sarebbe arrivato il momento di quella telefonata di mio zio.
Io continuavo a studiare, tormentato dalla paura di perdere da un momento all' altro la persona più cara che avevo al mondo.
In quei giorni maledicevo quelle decine di polinomi che dovevano essere risolti, mentre mia nonna era in un letto di ospedale ad oltre mille chilometri di distanza da me.
Di quelle cinquantamila lire che mia madre mi aveva consegnato, devo confessare che quasi tutte erano state spese per acquistare quelle barrette di cioccolato, caramello, cocco, etc. (tipo Mars, Lion e similari) e non certo per acquistare panini, latte o roba del genere.
Durante il pomeriggio, dopo aver  terminato i compiti, prendevo il vecchio mangianastri di mio padre - di quelli che si usavano anche per registrare premendo contemporaneamente i tasti "rec" e "play" per incidere il nastro vergine - ed inserivo una musicassetta straordinaria, un bellissimo album di De Gregori in cui erano incise tutte le sue canzoni più belle, da Rimmel ad Alice, passando per "Generale", "Titanic", "Bufalo Bill", "La leva calcistica del 68", "I muscoli del capitano" e.... "La donna cannone".
Queste canzoni erano la colonna sonora del mio pomeriggio, musica che attenuava la malinconica solitudine in cui mi ero rinchiuso: come avrei potuto mai uscire per svagarmi, sapendo che mia nonna stava male? Non aspettavo altro che il momento in cui mia madre mi telefonava - un paio di volte al giorno, all' ora di pranzo e verso sera - per aggiornarmi riguardo le condizioni della nonna, e poi potevo sentirmi almeno un po' rinfrancato nello spirito.
Preparavo la cena così come mi era stato insegnato pochi giorni prima da parte di mia madre e, prima di assaggiarlo io stesso, lo mettevo direttamente nel piatto di mio padre (lui ignorava di essere la mia cavia a tutti gli effetti, per testare la bontà del mio lavoro gastronomico, ancora da accertare). Poi, non appena vedevo che lui, superata l' iniziale diffidenza verso il frutto del mio lavoro ai fornelli, apprezzava di buon gusto e mangiava voracemente il suo pasto, mi potevo sentire relativamente appagato e sereno.
Tutto questo si ripetè in maniera simile per circa una decina di giorni, finchè una sera - un po' più stanco del solito - me ne andai a letto un po' prima del solito, sentendomi stanco morto per l' intensa routine quotidiana.
Ma, prima di cadere completamente addormentato, sentii parole che non mi dimenticherò mai per tutto il resto della mia vita.
Infatti, nel buio della stanza, realizzai che mio padre, nell' altra stanza, stava parlando al telefono con una delle mie zie e, nel corso di quella conversazione, le mie orecchie udirono distintamente le parole "domani portano mia suocera al cimitero..."
Ecco, non so dirvi la sensazione di orrore che attraversò la mia giovane mente di ragazzino. La cruda, travolgente furia di quelle parole udite per errore (chiaramente mio padre era convinto che io fossi  beatamente addormentato) fu come l' attacco di una belva feroce che mi dilaniava le carni e mi sbranava senza pietà. No, la nonna non poteva essere morta. Non mia nonna Maria.
Confesso che lo shock fu talmente forte che non ebbi la forza d' animo di alzarmi per chiedere conto a mio padre di quelle parole. Avrei voluto, ma la paura di sentirmi confermare tutto ciò che avevo inaspettatamente udito mi paralizzò completamente dalla testa ai piedi.
Per tutto il tempo mi risuonavano nella mente le note de "La donna cannone" che avevo ascoltato più volte (riavvolgendo il nastro) nel corso degli ultimi pomeriggi, mentre spazzavo il pavimento e strusciavo con lo strofinaccio prima del rientro di mio padre dal lavoro.
E la malinconia della canzone si andava fondendo con la mia paura personale, con il terrore di avere perso mia nonna per sempre.
Il giorno seguente, dopo quella notte insonne, fu tremendo affrontare una mattina tra i banchi di scuola, ma lo sforzo più duro fu l' attesa dell' ora di pranzo, il momento in cui io stesso presi l' iniziativa afferrando la cornetta del telefono (senza attendere che fosse mia madre a chiamare).
Di getto, senza darle il tempo di dire niente, dissi:
"Pronto, mamma, dimmi la verità! Come sta la nonna?"
Mia madre mi rispose in maniera rassicurante, dicendo che la nonna stava discretamente bene e che avrei dovuto stare tranquillo, aggiungendo  che in breve, nel giro di pochi giorni, mia madre stessa  e le mie sorelle sarebbero tornate a casa.
Beh, devo dire che le sue parole mi avevano lasciato perplesso e confuso. Se da una parte ero comprensibilmente felice per essere stato rassicurato riguardo la salute di mia nonna Maria, d' altro canto cominciavo a chiedermi se quelle parole che mi sembrava di avere udito dalla viva voce di mio padre non fossero state il frutto di un sogno, di suggestione o comunque un grandissimo malinteso.
Ad ogni modo, prendendo per buono quello che mi aveva detta mia madre in quella circostanza, cominciai a concedermi un briciolo di ottimismo ed aspettai con felice impazienza il suo ritorno a casa, che puntualmente avvenne tre giorni dopo.
Io e mio padre raggiungemmo la stazione di Pisa aspettando l' arrivo del convoglio e, non appena arrivarono mia madre e le bimbe, le chiesi: "Allora come va adesso? Come sta la nonna?"
E lei, lo ricordo ancora come se fosse avvenuto cinque minuti fa, mi disse con un sorriso triste:
-"La nonna ha smesso di soffrire, ora può riposare in pace..."-
Beh, io non le ho mai potute contare, ma tutte quelle lacrime che mi scesero dagli occhi avrebbero potuto riempire un oceano. Io, che mi ero illuso di aver sentito male e di essermi immaginato quella maledettissima telefonata,stavolta mi trovavo a confrontarmi inevitabilmente con la dura, crudele realtà. Fino a quel momento non avevo mai avuto a che fare da vicino con la morte, e stavolta si era portata via la persona più cara a me in questa vita.
Inevitabilmente, ogni volta che sento le note di "La donna cannone" mi vengono in mente i momenti di quei pomeriggi aspettando buone notizie riguardo la salute di mia nonna, e la malinconia ritorna viva come appena nata...






Nessun commento:

Posta un commento