Fuori il settimo....!
CAPITOLO 7
Quando mi ritrovai a parcheggiare sotto casa sua la domenica sera dell’ invito a cena ufficiale, cominciai a capire che, a questo punto, si cominciava veramente a fare sul serio… Dei suoi genitori sapevo già molte cose, anche se, in realtà, non li avevo mai visti e non avevo la benché minima idea riguardo le loro facce: neppure loro si erano salvati dai pettegolezzi della figlia, che mi aveva aggiornato sui gravi problemi di coppia che avevano attraversato pochi anni prima. Pare infatti che suo padre abbia tradito la moglie portandosi a letto per mesi una delle impiegate della ditta del nonno di Jenny e, dopo aver sentito le voci di corridoio che circolavano tra gli operai, quel traditore incallito sia stato scoperto dagli altri parenti e, ovviamente, smascherato con un espediente. Naturalmente la coppia si trovò sul punto del divorzio imminente e ne seguirono delle liti furibonde da far impallidire George Lucas e la sua saga di Guerre Stellari: il suocero minacciò di mandare via dalla fabbrica il genero a pedate nel culo, dopo il grave torto che aveva combinato a sua figlia e l’ umiliazione alla quale aveva sottoposto tutta la famiglia. Mesi e mesi di litigi a tutto volume, durante i quali il fedifrago era stato addirittura diseredato dai suoi genitori, disgustati dalla faccenda, che volevano rendere giustizia alla amatissima nuora ed intestarono tutti i propri beni immobili a nome di Jenny al posto del padre.
La madre cadde per alcuni mesi in un brutto stato depressivo e, rifiutando ogni forma di cibo, dimagrì rapidamente nella maniera peggiore, tra bulimia ed anoressia, passando dall’ obesità ad una magrezza persino eccessiva, prima di riprendersi un po’ in extremis. Un bel casino davvero…
Ad ogni modo, per il bene della loro unica figlia e per una forma estrema di quieto vivere, la madre decise di offrire al marito un’ altra opportunità per riscattarsi e, dopo essersi abbondantemente chiariti, si rimisero insieme in una specie di apparente lieto fine.
Naturalmente, che fosse realmente pentito oppure no, il vecchio volpone di suo padre riuscì a conservare anche il proprio posto di lavoro nell’ azienda di famiglia e, dopo aver corso seriamente il rischio di essere licenziato in tronco, riuscì lentamente anche nell’ impresa di consolidare la propria posizione, diventando il responsabile del reparto vendite e del magazzino.
Rimanevo allibito quando Jenny stessa ammetteva e ironizzava, senza troppi pudori, che sua madre aveva avuto delle corna talmente grandi da provocare danni al tetto di casa sua ed avrebbe rischiato di rimanere impigliata nei cavi dell’ alta tensione fra i pali dell’ Enel…
Ad ogni modo era venuto il momento di conoscere questi due fenomeni, quindi mi sistemai la cravatta che spuntava orgogliosamente dal gilet che trionfava sul mio petto, presi la scatola di cioccolatini e la bottiglia di vino che avevo acquistato a prezzo scontato nel discount vicino casa, e mi recai con passo sicuro verso la loro villetta.
Abitavano in una bella residenza, poco lontana dalla centralissima Via Aurelia, in un bel quartiere residenziale che costituiva il fiore all’ occhiello del comune di Camaiore; era costruita su tre piani e con infissi nuovi impreziositi da finiture di pregio, con un grande giardino che circondava la casa lungo tutto il proprio perimetro. I grandi vasi in muratura recavano una grande quantità di fiori colorati, tra i quali prevalevano degli splendidi gigli giganti e, su una delle tre terrazze, spiccava un trionfo di rose gialle magnificamente curate.
La loro villa era circondata da un maestoso muro di mattoni ed il piccolo cancello pedonale era sormontato da una grossa ed apprezzabile tettoia in laterizio dal gusto ricercato; avvicinandosi ulteriormente, si poteva notare il grande tavolo da ping – pong in pietra in buono stato di conservazione, segno di una buona e continua manutenzione.
Emisi un breve colpetto di tosse per schiarirmi la voce e appoggiai il dito sul campanello nei pressi del cancello piccolo, premendolo brevemente per un paio di secondi. Dal citofono mi rispose la voce entusiasta ed impaziente di Jenny, che mi incitava ad affrettarmi ad entrare e, cosa non meno importante, mi avvertiva di prestare attenzione alla presenza di un grosso cane lupo presente nel giardino.
Attesi il rumore dell’ impulso elettrico che segnalava l’ apertura e lo sblocco del grazioso cancello di legno chiaro, per avviarmi verso il portone d’ ingresso della villetta di Jenny e, sulla soglia, trovai proprio lei che accarezzava teneramente il suo grosso cane lupo e mi rivolgeva un sorriso di soddisfazione.
Mi chiese di accarezzare Victor, quel colosso di pelo che sembrava un incrocio tra un lupo ed un caterpillar e, senza farmi problemi, mi avvicinai senza paura a quell’ enorme cane: il mio istinto non si sbagliava, mi ero accorto subito che, nonostante la mole imponente, quel cagnolone era docile come un cucciolo nato da poco.
Dopo qualche coccola a Victor, abbracciai teneramente Jenny e le diedi un bacio, quindi lei mi prese per mano e mi trascinò vigorosamente in casa, senza ma e senza se…
Appena dentro, rimasi letteralmente a bocca aperta vedendo il lusso che caratterizzava ogni centimetro quadrato di quella maestosa abitazione, che sembrava uscir fuori dalla bacchetta magica di una generosa fata dai capelli turchini. Già dall’ ingresso antistante al soggiorno si intuiva il tema dominante della casa, che era chiaramente basato sull‘evidente livello di agiatezza economica della quale godevano i padroni di casa. Tutto quello che vedevo sembrava uscire da qualche remoto angolo della mia fantasia, come una surreale composizione di armonia ed eleganza che avvolgeva tutti gli oggetti presenti in quella casa.
C’ era una bella differenza rispetto a quella volta che mi sentii letteralmente soffocato dal lusso alla discoteca Opulenza: quella che vedevo davanti ai miei occhi era una sapiente ricerca del bello ed una tenace dimostrazione di buon gusto nell’ accostamento delle forme e dei colori, una vera e propria esibizione di buon gusto, non un ammasso di oggetti costosi fini a sé stessi…
Appena destatomi da questa sensazione di meraviglia ed ammirato stupore, feci immediatamente la conoscenza dei genitori di Jenny: Roberto ed Elena.
Il primo mi sembrava una caricatura un po’ forzata dell’ attore Richard Gere, indimenticato attore di molti film di grande successo (e considerato da molte donne uno dei maggiori sex simbol degli anni ottanta e novanta), ma in realtà l’ uomo che vedevo io, ad un esame un po’ più accurato del viso, aveva un naso molto più pronunciato rispetto a quello dell’ attore.
Con un briciolo di cattiveria e di malignità, pensavo che il suo naso, visto di profilo, era simile a quelle vele sportive che si vedono montate sopra le tavole dei wind-surf in estate: secondo me il paragone era azzeccatissimo…
Ma il massimo dell’ ilarità non era ancora arrivato: appena questo tizio aprì la bocca e pronunciò le sue prime parole di circostanza e di benvenuto nei miei confronti, alle mie orecchie arrivò una voce nasale mai sentita prima, ridicola e amorfa, e giuro che faticai non poco a trattenere una risata di scherno.
La mia educazione a suon di nocchini sulla testa ed un’ infanzia traumatica trascorsa in un asilo gestito da suore che sembravano gerarchi nazisti travestiti da anziane religiose, mi portava ad essere gentile, cortese ed educato anche nelle situazioni più strane, quindi cercai di rimanere serio il più possibile ed ricambiai educatamente con parole altrettanto di circostanza, facendo i miei complimenti per la bellezza della casa e ringraziando per l’ invito a cena.
A questo punto prese la parola Elena, la madre, e sorridendo cortesemente, mi rivelava che sua figlia le aveva parlato moltissimo di me, ed i suoi racconti entusiasti le avevano fanno nascere una sana curiosità nei miei riguardi.
Era una donna che dimostrava di possedere all’ incirca un’ età apparente di quarantatrè – quarantaquattro anni, un’ altezza nelle media e lunghi capelli corvini leggermente mossi. Gli occhi scuri erano vivaci e penetranti, che sovrastavano un viso abbronzato e denotava una snellezza particolarmente accentuata, che finiva per sfiorare l’ anoressia.
Durante la nostra conversazione, mentre parlavamo di temi tutto sommato futili, avevo in realtà il cervello da un’ altra parte: non potevo fare a meno di ricordarmi di quanto mi avesse raccontato sua figlia riguardo quel gravissimo episodio che avrebbe rischiato di rovinare per sempre il loro matrimonio. Guardavo quella donna che emanava un fascino forte, molto più forte di quello della figlia, e allo stesso tempo provavo compassione per quello che aveva sofferto ingiustamente quella povera donna, per colpa di quello stronzo del marito.
Alla stessa maniera non riuscivo a provare nessuna simpatia formale per il padre di Jenny, niente che andasse al di là di semplici frasi formali e luoghi comuni banalissimi. Inoltre non possedeva di certo sufficiente materia grigia per impostare una discussione basata sulla fisica quantistica o sulle formule di trigonometria piana:
sapevo dalle chiacchiere di sua figlia che, lui stesso, ai tempi delle scuole era stato un perfetto somaro, negato per gli studi e bocciato a ripetizione per più anni di seguito. Era il prototipo del perfetto ignorante senza speranza, e la sua unica intelligenza consisteva nel digitare i giusti tasti sul telecomando per accendere la televisione o cambiare canale: non parlava di altro che fosse calcio, di telefonini o automobili, tutti argomenti che mi annoiavano abbastanza in fretta.
Per certi versi, invidiavo a quell’ uomo non tanto la casa ed i lussi, quanto il fatto che avesse al suo fianco una moglie dal fascino particolare e che, a prima vista, sembrava avere qualità straordinarie: osservando bene il contesto e lo scenario, mi sarebbe sembrato molto più logico che il cornuto della situazione fosse stato lui, anziché lei.
Tutto questo mi faceva meditare sul fatto che, come al solito, chi ha il pane non ha i denti e viceversa…
Tutta la mia sincera ammirazione nei confronti di Elena mi aveva lentamente portato fuori strada e, anche se so di passare inevitabilmente per uno stronzo, mi ero quasi dimenticato che in realtà mi trovavo lì, in quel momento, solo perché Jenny voleva presentare ufficialmente il suo ragazzo ai suoi genitori.
I rintocchi della grande pendola vicina al centro del soggiorno ci avvertivano che erano le otto di sera e, quindi, ora di cena presso i miei ospiti: ci inviammo verso la sala da pranzo dove tutto era già stato predisposto e preparato con la massima cura.
La tavola era ricca ed imbandita come se si dovesse celebrare una festività importante, dalle pentole arrivava alle mie narici un delizioso profumo di salse piccanti speziate e di selvaggina cucinata con grande sapienza ed abilità e non mi tirai di certo indietro quando arrivò sul mio piatto una bella porzione di lasagne.
Mentre Elena parlava e mi lusingava lodandomi per l’ educazione che dimostravo di possedere attraverso le mie risposte, non potevo fare a meno di ringraziarla sorridendo e di farle i miei complimenti per le delizie che aveva appena cucinato.
Ogni tanto interveniva Jenny, a parlare di qualche episodio di scarsa importanza a scuola durante la mattinata o di vestiti intravisti in qualche vetrina di Lido di Camaiore nel pomeriggio con la nonna.
Quella sera avevo notato che, fino a quel momento, lei si era limitata quasi totalmente ad ascoltare anziché parlare (contrariamente al solito) ed osservava incuriosita come io riuscissi a relazionarmi con i suoi vecchi, in maniera particolare con la madre.
Dagli occhi di Jenny si riusciva a leggere la stessa soddisfazione che è possibile trovare negli occhi di un giocatore che riesce a piazzare i giusti pezzi di un puzzle nel posto giusto: era evidente che tutto stava andando secondo i suoi piani ed io la stavo assecondando…
Dopo il caffè, la mia “fidanzatina” mi chiese di accompagnarla nella parte inferiore della villetta, dove si trovava l’ abitazione dei suoi nonni paterni ed acconsentii con grande piacere. Scendemmo silenziosamente le scale, con il cane Victor che seguiva con curiosità i nostri spostamenti, ed entrammo nel piccolo appartamento ricavato nella grande casa padronale: prima ancora che facessi in tempo a presentarmi ed a pronunciare il mio nome, mi ritrovai abbracciato calorosamente da un anziano ometto dallo sguardo allegro e sincero. Era evidente che avevo appena fatto la conoscenza di suo nonno Beppe, mentre dall’ altra parte della stanza c’ era sua nonna Matilde, che mi sembrava molto meno espansiva di suo marito, fortunatamente. Era gente come piaceva a me, di origine contadina, che mi richiamava alla mente i ricordi felici dei miei poveri nonni… Beppe mi inchiodò allegramente al tavolo, obbligandomi a bere un bicchierotto di vino rosso provenienti dalle sue vigne in montagna e, mentre sorseggiavo lentamente il dono della sua ospitalità, mi raccontava che lui stesso era riuscito a costruire quella magnifica villa dal niente, attraverso una vita di durissimo lavoro come cameriere insieme alla moglie, (anche lei cameriera nello stesso ristorante) e, grazie agli enormi sacrifici che ormai costituivano il suo vanto e la sua fierezza, aveva acquistato l‘ appezzamento di terreno sul quale sarebbe sorta quella straordinaria casa.
Mi raccontò di come avesse ucciso tutte le serpi che infestavano il giardino, di come avesse provveduto in prima persona a tagliare l’ erba e a tutte le successive operazioni che portarono alla realizzazione del suo sogno e, anche stavolta, avevo al sensazione di avere davanti a me una persona straordinaria.
Guardai l’ orologio e compresi che era tempo, per me, di tornare a casa mia e faticai non poco a cercare di congedarmi dal buon vecchio Beppe, così desideroso di raccontarmi una marea di suoi vecchi aneddoti: strinsi la sua vecchia mano con vigore e lo salutai, promettendogli che sarei tornato presto ed avremmo passato più tempo a parlare dei suoi racconti.
Tornai al piano di sopra a salutare i genitori di Jenny e li ringraziai per la loro ospitalità e per la cena squisita, quindi strinsi la mano a suo padre e diedi un bacio a sua madre su quelle guance così abbronzate e mi congedai da loro.
Jenny mi accompagnò fino al cancello, dopo un piccolo bacio ci salutammo e, prima di infilarmi stancamente in macchina, mi voltai nuovamente verso di lei a salutarla e vidi che il suo sorriso di soddisfazione era ancora più grande di prima, la serata che aveva organizzato era venuta proprio come voleva lei…
CONTINUA ....
Dai "Carmina Burana":
"Poiché provo nel mio animo un forte turbamento, al colmo dell'amarezza mi lamento di me stesso. Formato di materia assai leggera, mi sento simile ad una foglia con la quale gioca il vento. Mentre è proprio del saggio porre sulla roccia salde fondamenta, io stolto, mi paragono ad un fiume sempre in corsa che non si ferma mai sotto lo stesso cielo. Vado alla deriva come una nave priva di nocchiero, come un uccello che vaga per le vie del cielo; non c'è catena che mi trattenga, né chiave che mi rinchiuda, cerco i miei simili e mi unisco così ai malvagi. Condurre una vita austera è per me quasi impossibile; io amo infatti il gioco che mi piace più del miele. Qualunque impresa mi chieda Venere, che non risiede mai negli animi meschini, è una piacevole fatica. Percorro la via più facile com'è proprio dei giovani, e mi irretisco nei vizi scordando la virtù; più avido del piacere che della vita eterna, sono ormai morto nell'anima e curo solo il corpo."
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lunedì 23 gennaio 2012
CAPITOLO 7 NEL MIRINO DEL DIAVOLO
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